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PROUST/ L’"incantesimo" dell’amore: pericolo o grazia?

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Invece di placarsi, il desiderio diventa più vasto e più intenso. Se l’amore si ostina a rimanere, appunto, il tentativo di una conquista, l’infinità del desiderio diventa la causa di un destino tragico. Su questo, Proust è chiarissimo, come in questo passaggio di All’ombra delle fanciulle in fiore: «Il bisogno nasce dalla soddisfazione. Ne consegue che estendere il possesso della donna amata significherebbe solo renderci più necessario quello che non possediamo e che, malgrado tutto, rimarrebbe qualcosa d’irriducibile» (I, 764). 

Un’impossibilità che Proust denuncia a più riprese: «L’amore finisce sempre con l’urtare in un’impossibilità. Ci immaginiamo infatti che l’amore abbia per oggetto un essere che può stare disteso davanti a noi, rinchiuso in un corpo. Ahimè! Il vero oggetto è l’estensione di quell’essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che esso ha occupato e occuperà. Se non possediamo il suo contatto con un certo luogo, con una certa ora, non possediamo nemmeno lui. E noi non li possiamo toccare, tutti quei punti. Se essi, almeno, ci fossero designati, potremmo forse estenderci fino a raggiungerli. Ma li cerchiamo a tentoni, senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni» (III, 490). O ancora: «Non si ama che ciò in cui si persegue qualcosa di inaccessibile, non si ama che ciò che non si possiede» (III, 804).  Diventato così una sorta di gioco al massacro, appare forse amaramente chiaro che l’amore diventerebbe così «una malasorte come quelle delle fiabe, contro le quali non c’è niente da fare finché l’incantesimo non è cessato».

Ma è un’impossibilità, questa, che rivela però qualcosa: un amore che non si appaga neanche nella persona fisica dell’altro, un amore impossibilitato alla conquista e al definitivo possesso, possiede in sé qualcosa di ulteriore, un’allusione interna a qualcosa che erompe dalla persona stessa e la supera: «L’amore, nell’ansia dolorosa come nel desiderio felice, è esigenza d’un tutto» (III, 497) scrive Proust, ancora nella Prigioniera. E in un passo, peraltro molto noto, scrive ancora: «Nelle persone che amiamo c’è, immanente ad esse, un certo sogno che noi perseguiamo anche se non sempre riusciamo a discernerlo» (IV, 509). 

Non è un caso che questo passo si trovi nell’ultimo episodio dell’opera, che s’intitola Il tempo ritrovato: in quel monumentale tentativo di recupero del perduto, di riconquista di una resistenza delle cose alla loro stessa frana, affiora appunto questa fugace ma decisiva intuizione: che l’amore per una persona abbia in sé quel «certo sogno», che magari non discerniamo, ma che pure perseguiamo e desideriamo, anche senza saperlo: perché è quel significato – di cui la persona amata costituisce il segno, l’“emblema drammatico” – che solo sempre si insegue e si cerca.   



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