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FINE DEL PD?/ Barcellona: ecco perché preferisco Togliatti a Rodotà

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Stefano Rodotà (Infophoto)  Stefano Rodotà (Infophoto)

Ricordo bene che Berlinguer, anche dopo i successi elettorali, invitava i compagni a mantenere un atteggiamento di orgogliosa serenità e di non manifestare mai intolleranze e aggressività verso chi non condivideva i nostri progetti di riforma. Oggi invece paradossalmente anche i rivoltosi che vogliono abolire tutte le forme istituite della democrazia esprimono l’individualismo arrogante di Stirner che celebrava l’egoistica autoaffermazione come l’unica rivoluzione possibile in un mondo di mediocrità servile. 

Proprio questo confronto fra gli stati d’animo di allora e di oggi mi spinge a riannodare i fili di una storia che affonda le radici anche in ciò che è accaduto negli anni drammatici dei congressi del 1990 e del ’91. La svolta di Occhetto in realtà aveva seminato nello spirito collettivo un virus pericoloso, quello di un’ideologia libertaria fino ai confini dell’anarchia che tendeva a esaltare anche nella prospettiva di sinistra un individualismo tipicamente borghese e post-borghese volto alla realizzazione immediata dei bisogni e del godimento istantaneo. Già nelle modalità di quella svolta e di quel processo dissolutivo di ogni memoria storica si stavano ponendo le premesse per un vero e proprio culto della “personalità istantanea” priva di passato e di futuro che si afferma nella presenza piena e ottusa del momento in cui si sta vivendo, semplicemente come corpo desiderante e come molecola atomizzata scissa da ogni forma di socialità condivisa e responsabilità. 

L’attacco della nuova offensiva neoliberista che seguì al crollo del Muro aveva in realtà nel nucleo profondo la rimessa in campo dell’individuo nella sua nuda vita di essere desiderante successo e potere. Se ripenso infatti al modo in cui progressivamente si riorganizzarono le forze culturali e politiche che nacquero in quegli anni non credo che si possa prescindere da un’interpretazione che tenga conto anche delle dinamiche psichiche. Paradossalmente tutti quelli che volevano cancellare il Pci, a cominciare dalla rivista Micromega e finire con Il Manifesto, stavano dando vita a un modello di intellettualità radical chic, in cui prevaleva nettamente la critica intellettualistica del cosiddetto dominio borghese in nome di una liberazione dai divieti e dalle oppressioni che avevano soffocato l’autenticità pulsionale degli esseri umani. 

La critica del capitalismo finiva col diventare troppo spesso la critica dell’autorità in generale e attaccava ogni idea di vincolo in nome di un antiedipo liberato dall’oppressione del puritanesimo ipocrita della società borghese. Il rivoluzionario non combatteva più contro lo sfruttamento economico, ma per la liberazione sessuale contro istituzioni come la chiesa e la famiglia che mortificavano la naturale creatività istintiva. Una sorta di critica estetica della società borghese al posto di una ragionata diagnosi delle nuove forme di sfruttamento e di dominio capitalistico. Tutti gli intellettuali e i gruppi dirigenti che si staccarono dalla tradizione del Pci in realtà esprimevano una posizione elitaria di intelligenza illuminata che relegava al campo della superstizione anche la stessa rappresentazione degli oppressi e delle vittime del modello produttivo capitalistico. 



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