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FINE DEL PD?/ Barcellona: ecco perché preferisco Togliatti a Rodotà

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Stefano Rodotà (Infophoto)  Stefano Rodotà (Infophoto)

Non è quindi un caso che oggi buona parte della sinistra, che accusa il Pd di essere succube della resistenza conservatrice del vecchio apparato burocratico e della nomenclatura comunista, si ritrovi attorno al nome di Rodotà che non ha nulla a che vedere con la storia delle lotte del movimento operaio e che invece bene rappresenta il nuovo individualismo libertario che trova nella rete lo strumento più efficace per una cosiddetta democrazia diretta. Essa fa valere le ragioni di ciascuno senza alcuna mediazione e senza preoccuparsi di definire forme e modi delle compatibilità tra istanze dell’individuo e istanze del gruppo a cui si appartiene. È correlato a questa svolta ideologico-culturale che sul piano della gestione politica ritornano in campo non le esperienze dei comunisti ma i modelli culturali del socialismo, che sono stati così ben rappresentati nella vecchia cultura del Pci dalla cosiddetta componente “migliorista” che oggi per l’appunto trova in Napolitano la sua massima incarnazione. 

Dopo il crollo del Muro infatti la decomposizione del dna tradizionale, che era stato strutturato nelle varie componenti ideali e culturali dal togliattismo, e dal berlinguerismo dopo, dissolvendosi nel suo nucleo centrale si bipartiva paradossalmente verso una forma di liberalsocialismo migliorista, che restava presente anche con i propri uomini nella struttura del nuovo partito democratico, e verso una forma di radicalismo libertario, che prendeva corpo specie nelle ideologie dei nuovi movimenti. 

Nonostante le proclamazioni e i tentativi maldestri di usarne la memoria, oggi nel Pd non c’è più niente che richiami l’eredità del Pci di Togliatti e Berlinguer. Non si vuole richiamare l’idea utopica di un comunismo futuro, ma l’identità pratico-operativa di milioni di  uomini che si erano formati all’interno di una stessa esperienza di vita. Ciò che è scomparso davvero è il nucleo della storia del Pci e non già le sue possibili proiezioni future che non possono non apparire puramente velleitarie e ottusamente testimoniali. L’area della sinistra è oramai pervasa da due modelli culturali che segnano il tramonto di ciò che era stata anche l’originalità italiana: un migliorismo preoccupato di realizzare nella continuità del sistema politico alcuni criteri minimi di giustizia sociale e un radicalismo estremista animato unicamente da rabbia dissolutiva che tende a creare una massa d’urto destinata tuttavia alla irrilevanza politica. 

Certo migliorismo e radicalismo sono per certi versi coevi alla grande tragedia dell’89 e probabilmente le scissioni che si sono succedute, accentuando fratture e differenze insuperabili, sono figlie dei gravi errori che furono commessi da Occhetto e dal suo gruppo dirigente: la presunzione di gestire in pochi mesi un vero e proprio mutamento antropologico. Ma nessuno potrà negare che la questione italiana coincide in gran parte con la storia della nascita e della fine del movimento operaio comunista. 



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