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FINE DEL PD?/ Barcellona: ecco perché preferisco Togliatti a Rodotà

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Stefano Rodotà (Infophoto)  Stefano Rodotà (Infophoto)

Non è un caso che nei commenti organizzati negli studi televisivi su ciò che stava accadendo in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica sia stato chiamato Achille Occhetto per riflettere insieme ad altri interlocutori su ciò aveva potuto produrre una catastrofe così inaudita come quella che sta attraversando il Pd e la sinistra italiana. Anche a  me ciò che sta accadendo in questi mesi di aprile e maggio ricorda il senso di smarrimento che provai negli anni ’89-’90. Ritornano i fantasmi di quel periodo di sofferenza e sconforto. Questo collegamento spontaneo e immediato tra la fine del Pci e l’annichilimento attuale dell’ultima formazione politica che sembrava conservarne qualche traccia mi fa avvertire il senso della vera fine di un’epoca, l’epoca in cui per milioni di uomini la parola comunismo aveva rappresentato anche il sogno di una vita più umana e più felice. 

Mi chiedo se ciò che sta accadendo oggi abbia un qualche rapporto con la situazione che abbiamo vissuto tra l’89 e il ’92. Per certi versi ciò che è accaduto di recente è molto più radicale e profondo della situazione determinata dalla crisi dell’89. Nell’89 l’esperienza pratica di ciò che era stata la militanza politica nel Pci apparteneva ancora ai vissuti della maggioranza dei cittadini. Persino dopo il cambio del nome nel popolo della sinistra si erano mantenute alcune abitudini di discussione e di convivialità ed erano nate nel paese molte associazioni Berlinguer che provavano attorno a questo nome simbolico a ricreare l’unità fra i compagni e la consapevolezza di dover affrontare una nuova fase della lotta sociale. 

Oggi quella storia è totalmente cancellata e solo gli anziani come me possono permettersi di ricordarla. Non c’è più nessuna realtà sociale che possa essere ricondotta a una pratica di amicizia e fraternità come quella che si è sperimentata negli anni del passato ormai remoto, quando le manifestazioni operaie arrivavano a Roma non per sfasciare vetrine e urlare odio e vendetta verso qualcuno, ma per ricordare a tutto il paese che una forza compatta e decisa continuava a rivendicare un’altra politica economica verso i lavoratori e una più giusta distribuzione della ricchezza del paese. 

Se interpellavi qualcuno dei manifestanti del corteo operaio non avresti mai sentito le risposte di un grillino, perché nessuno era abituato ad indicare nella casta politica in generale il nemico da distruggere e abbattere. Tra lo stile della protesta comunista e della protesta fascista c’era una differenza palpabile già sul terreno antropologico. Nelle manifestazioni del Pci non c’era il collante dell’odio a unificare tutte le sofferenze individuali, ma la speranza politica di costruire un’altra società. Lo stato d’animo di chi protestava non era il rancore distruttivo, ma la fiducia nella forza persuasiva delle proprie ragioni. 



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