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FINE DEL PD?/ Barcellona: ecco perché preferisco Togliatti a Rodotà

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Stefano Rodotà (Infophoto)  Stefano Rodotà (Infophoto)

Non riesco davvero a pensare che tutto quello che sta accadendo non sia in fondo il compimento di un destino che era già inscritto nell’anomalia di un paese che era riuscito a fare un compromesso costituzionale di altissima densità etico-politica e che poi nel corso degli anni della guerra fredda aveva coltivato in gran parte della borghesia italiana l’idea che anche le tracce del comunismo di casa nostra dovevano essere cancellate, per riaffermare l’egemonia di quella terribile filosofia gattopardiana  che vuole a parole il cambiamento totale affinché nulla cambi nella brutalità dei rapporti di forza materiali. Tutti coloro che si sono implicitamente orientati a favore dell’alleanza con il centro sono espressione della linea migliorista di una conservazione degli equilibri nazionali ed europei attorno ai problemi della finanza globale. Viceversa i sostenitori della candidatura di Rodotà e della pressione mediatica della cosiddetta sinistra intellettuale sono più o meno consapevolmente i fautori di un radicalismo libertario che si pone come obiettivo una sempre più accentuata laicizzazione e secolarizzazione dello Stato e delle istituzioni pubbliche. 

Chi prova a raccontare la storia, se veramente essa coincide almeno per la parte pubblica alla sua vita reale, non è poi certamente quello che può pronunciare giudizi su ciò che è accaduto e accade. Può sicuramente però portare allo scoperto le file sotterranee che attraversano la trama dei rapporti umani. Ho cercato di argomentare che la fine del comunismo italiano  rappresenti realmente la fine di un’epoca, al di là di tutte le atroci vicende storiche che hanno riguardato l’Unione sovietica e il suo impero. Sarebbe negativo se, affrontando i temi del presente, ci si lasciasse risucchiare nella memoria del passato come chi, alla ricerca del nuovo, si facesse suggestionare soltanto dalle innovazioni che riguardano la tecnica delle comunicazioni. 

Per afferrare il bandolo della matassa bisogna in realtà partire da  ciò che è successo in Europa dopo l’89 e dagli effetti che la globalizzazione neoliberista ha avuto nel corso di questi decenni sulle metamorfosi della sinistra europea. È in quel drammatico evento che affondano le radici dei mutamenti dell’identità profonda dei partiti della prima Repubblica. Anche un puro rilancio delle politiche keynesiane del vecchio compromesso sociale non può che risultare inadeguato. 

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