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DA DE GASPERI A CRAXI/ Andreotti, la differenza tra il realismo e l'inciucio

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Il fatto comunque più assurdo sono le rievocazioni a senso unico che si ascoltano in queste ore e che sembrano ridurre la figura di Andreotti alle sue vicende giudiziarie degli anni Novanta, dove per altro esce soddisfatto (assolto con una postilla di prescrizione su alcuni fatti) dopo una sequenza processuale impressionante e rimane senatore a vita.

Per comprendere Giulio Andreotti, anche nel suo percorso politico e umano, bisogna risalire invece alla fine degli anni Trenta e all'inizio degli anni Quaranta, quando è nella Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e conosce l'“altro cavallo di razza” della futura Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Dirà al proposito Giulio Andreotti: “Con Moro ci conoscevamo fin dai tempi della Fuci, lui era Presidente, io dirigevo l'azione fucina, e quando lui lasciò la carica io presi il suo posto. Quindi una dimestichezza che risaliva prima della politica... Ho sempre avuto con lui una relazione molto facile, proprio perché c'era questo legame universitario”.

Difficile distinguere vita privata, vita sociale da impegno politico. Di fatto, sia Moro che Andreotti, sembrano i due “prescelti” dal futuro Papa Paolo VI, Giovanni Battista Montini. E di fatto, sia Moro che Andreotti, pur nella loro differenza di cultura e temperamento, pur nelle divergenze che spesso sorgeranno tra loro, rappresentano ampiamente quella Dc che riesce a essere il più convincente contenitore elettorale dell'Italia del Dopoguerra. Un partito “perno” della politica italiana, che riesce a vivere in un equilibrio funzionale la complicata situazione del dopoguerra e della “guerra fredda”. C'è il sigillo plurisecolare della cristianità, c'è la diplomazia vissuta laicamente con il Vaticano, c'è un solido collegamento con gli Alleati occidentali, con gli Stati Uniti innanzitutto. E c'è anche una politica di “ascolto”, che poi diventerà di attenzione verso il mondo dell'Est e dei partiti che a quel mondo fanno riferimento.

Non fu affatto semplice gestire politicamente in Italia quel quadro complicato determinato dai “blocchi contrapposti”, dalla “guerra fredda”, che rischiava spesso di sfociare in terzo conflitto mondiale e di creare ferite laceranti nel Paese. E fu d'altra parte incredibile che in quel contesto internazionale tanto difficile, l'Italia diventasse in breve tempo una grande potenza economica, dopo un boom economico che nessuno poteva immaginare e che risulta difficile spiegare solamente con semplici aiuti arrivati da oltre Atlantico.



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COMMENTI
07/05/2013 - Un uomo vero (luisella martin)

Nessuno é disposto a cambiare comportamento solo perché lo dice un altro, per quanto saggio ed importante sia l'altro. Per cambiare modo di fare bisogna essere convinti di aver sbagliato davvero non verso una situazione o una persona,ma verso sé stessi;d'altra parte le cose giuste,dette o fatte in modo sbagliato,non sono errori,ma piccole imperfezioni. Possiamo distinguere i piccoli errori,da quelli grandi, per le intenzioni che abbiamo messo nel compierli e che conosciamo solo noi. Ma quanto tempo ci vuole per cambiare! Probabilmente Andreotti, pur capendo l'errore della politica clientelare, ha avuto paura che un cambiamento non sarebbe stato capito e avrebbe confuso gli italiani. Anni fa sentii Craxi,allora potente, esprimere un concetto politico immorale e mi meravigliai che nessuno si fosse accorto di quello che credevo essere un errore di battitura nel testo del discorso. Io italiana comune mi stupivo che i politici non capissero! Ma non ero meglio di tutti: arrivai troppo tardi,da Ciampino,per le monetine! Con il governo Letta sembra che molti di noi abbiamo capito che é un grosso errore fare politiche sugli uomini e non per gli uomini. Quel salone del Quirinale pieno di bambini il giorno del giuramento, mi riempie di speranza. Non permettiamo che vincano quelli che non vogliono capire e quindi non possono cambiare! Ma, per favore, non giudichiamo il passato, almeno quello che abbiamo abitato!