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DA DE GASPERI A CRAXI/ Andreotti, la differenza tra il realismo e l'inciucio

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E c'è di più. In quel contesto internazionale di grandi difficoltà, l'Italia riesce anche ad assumere un ruolo importante, significativo e a volte decisivo nella politica estera, soprattutto con l'altra sponda del Mediterraneo, con i Paesi arabi che vivono il nodo cruciale della decolonizzazione. Chi è passato attraverso questi anni, può giustamente rivendicare il ruolo svolto dall'Italia e dalla sua classe dirigente.

Andreotti, malgrado quello che si dice spesso con molta svagatezza, in questi momenti fu uno degli indiscussi protagonisti di questa classe dirigente, un protagonista della politica italiana con i suoi passaggi spesso contraddittori e complicati. Nell' “arte del possibile”, che è l'essenza della politica, Andreotti riesce con i democristiani, i laici, i socialisti, i comunisti, per oltre quarant'anni a garantire la stabilità politica italiana. Se all'inizio degli anni Cinquanta è uno degli ispiratori e interpreti della politica centrista, è poi l'uomo che guarda con attenzione alla nascita del centrosinistra, anche se in alcune occasioni se ne distingue, come nel 1972 e nel 1973, quando guida due esecutivi che si possono definire di centrodestra. Ma è poi l'uomo che nel 1978 guida il cosiddetto “governo della non sfiducia”, che apre la politica di “solidarietà nazionale”. Sbaglia chi vede in tutto questo lo schema moderno della “politica dell'inciucio”. C'è piuttosto grande realismo, capacità di cogliere tempi e mutamenti, costante attenzione verso la tenuta sociale del Paese. Cosa che non avverrà in seguito, come nel periodo tra il 1989 e il 1991.

Forse già negli anni Ottanta, soprattutto dopo la tragica morte di Moro, c'è qualche cosa che comincia a incrinare il ruolo della Dc e quindi anche di Andreotti. Ma sostanzialmente il sistema regge sempre.

 



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COMMENTI
07/05/2013 - Un uomo vero (luisella martin)

Nessuno é disposto a cambiare comportamento solo perché lo dice un altro, per quanto saggio ed importante sia l'altro. Per cambiare modo di fare bisogna essere convinti di aver sbagliato davvero non verso una situazione o una persona,ma verso sé stessi;d'altra parte le cose giuste,dette o fatte in modo sbagliato,non sono errori,ma piccole imperfezioni. Possiamo distinguere i piccoli errori,da quelli grandi, per le intenzioni che abbiamo messo nel compierli e che conosciamo solo noi. Ma quanto tempo ci vuole per cambiare! Probabilmente Andreotti, pur capendo l'errore della politica clientelare, ha avuto paura che un cambiamento non sarebbe stato capito e avrebbe confuso gli italiani. Anni fa sentii Craxi,allora potente, esprimere un concetto politico immorale e mi meravigliai che nessuno si fosse accorto di quello che credevo essere un errore di battitura nel testo del discorso. Io italiana comune mi stupivo che i politici non capissero! Ma non ero meglio di tutti: arrivai troppo tardi,da Ciampino,per le monetine! Con il governo Letta sembra che molti di noi abbiamo capito che é un grosso errore fare politiche sugli uomini e non per gli uomini. Quel salone del Quirinale pieno di bambini il giorno del giuramento, mi riempie di speranza. Non permettiamo che vincano quelli che non vogliono capire e quindi non possono cambiare! Ma, per favore, non giudichiamo il passato, almeno quello che abbiamo abitato!