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CASO ANDREOTTI/ Lo storico: le sue carte possono cambiare la storia del paese

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Giulio Andreotti (InfoPhoto)  Giulio Andreotti (InfoPhoto)

Assolutamente sì. Non sono poche le informative riservate. L’archivio si può considerare diviso in due parti: la parte inventariata e consultabile, e la parte ancora in fase di catalogazione, non ancora accessibile agli studiosi. Dal punto di vista storico, posso senz’altro affermare che nell’archivio Andreotti c’è tutta la storia dell’Italia repubblicana, sopratutto nelle sue relazioni internazionali e nei rapporti con il Vaticano. Materiali di prim’ordine che una volta studiati, se non potranno cambiare le linee generali dell’interpretazione storica del Novecento, arricchiranno però di molto la nostra conoscenza dei passaggi fondamentali della nostra Repubblica. Ad esempio, con Gianluigi Gorla, mio collega economista all’Università della Valle d’Aosta, stiamo progettando una ricerca su Andreotti e le regioni a statuto speciale.

A questo proposito, esistono già degli studi di rigore scientifico fondati sulle carte dell’archivio?
Qualcosa c’è già, e qualcosa si sta facendo: ad esempio, la prossima settimana interverrò a Forlì presso la Scuola di Scienze Politiche alla presentazione del libro di Antonio Varsori, L’Italia e la fine della Guerra Fredda. La politica estera dei governi Andreotti 1989-1992 (2013); c’è poi la biografia ben fatta, anche se di taglio giornalistico, di Massimo Franco (2008). Con i colleghi di Scienze politiche di Bologna, inoltre, stiamo curando un volume a più voci, in uscita quest’anno sempre per Il Mulino, sulla leadership democristiana che prende in esame i profili di De Gasperi, Dossetti, Fanfani, Moro, e infine proprio quello di Andreotti, che ho scritto io.

Si diceva che un ruolo di primo piano ce l’hanno anche le carte vaticane.
Sì. A questo proposito, per esempio, mi viene in mente un faldone molto interessante che riguarda i rapporti tra Andreotti e il cardinale Giuseppe Siri. Avendo visto personalmente sia le carte dell’archivio Andreotti sia quelle dell’archivio Siri – due fondi che nei rispettivi ambiti, civile ed ecclesiastico, sono da considerare tra i più importanti nel nostro paese per mole di documentazione e qualità delle notizie –, posso dire che tra ai due c’è stata una grande vicinanza e consonanza nell’intendere i rapporti tra Chiesa e politica.

Si è molto insistito sull’idea di Andreotti che si fa dettare l’agenda da Oltretevere (o viceversa). Cosa può dirci in proposito?
Si vede senz’altro una corrispondenza di intenti e di vedute tra le due diverse prospettive. È molto vero quello che ha affermato Andrea Riccardi: Andreotti era una sorta di «cardinale» esterno alla Curia romana, innanzitutto perché capiva i problemi dei vescovi come nessun altro politico italiano, soprattutto di quei prelati che manifestavano una forte attenzione sociale. Sul piano operativo, in realtà, non si faceva dettare l’agenda da nessuno.

Andreotti non aveva solo rapporti con le gerarchie, ma anche con i movimenti.
Certamente. Si è molto insistito sul fatto che simpatizzasse per una certa linea interna alla Chiesa. La spiegazione di questa amicizia però non risiede innanzitutto − o soltanto − sul piano politico, ma su quello più generale dell’ispirazione cristiana di Andreotti. La grande apertura che egli manifestò, dopo il Concilio, verso i nuovi movimenti ecclesiali, in particolare per Comunione e liberazione − apertura che storicamente trovò una corrispondenza anche nel cardinale Siri − sta a indicare la sua sensibilità per un certo modello di Chiesa, attiva, partecipe, sociale, non ripiegata su se stessa.

E la vita privata?

 



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COMMENTI
13/05/2013 - commento (francesco taddei)

le carte si possono consultare, ma non dai milioni di elettori di Andreotti.