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ELIOT/ Le parole, una sfida continua alla nostra esistenza

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È un miracolo, è dato. Ma è nel riconoscere questo dato, nell’accettare come dati quei rarissimi momenti in cui la parola riesce ad afferrare, che si evidenzia la ragione della fiducia in essa. La ragione per cui la parola incontrata si offre come luogo di preghiera.  

 

Se imboccate questa via,

per ogni strada, partendo da ogni dove,

sarà sempre uguale: bisognerà gettare

senso e nozioni. Non siete qui a verificare,

a istruirvi, informare la vostra curiosità

o stilare rapporti. Voi siete qui ad inginocchiarvi

dove la preghiera ha funzionato. E la preghiera è più

che un ordine di parole, o l’occupazione intenta

della mente che prega, o del suono della voce che prega.

E quello per cui i morti non avevano parole, essendo vivi,

adesso sanno dirtelo, da morti: la comunicazione

dei morti ha lingue di fuoco oltre la lingua dei vivi.

Qui, l’intersezione dell’istante senza tempo

è l’Inghilterra e nessun dove. Mai e sempre.

(Little Gidding, i 41-55)

 

L’intersezione del senza tempo nel tempo, qui e ora, Inghilterra e nessun dove. L’accettazione della sfida delle parole è l’accettazione della sfida dell’esistenza. È la lotta della libertà: e in quello iato, in quell’ultima non corrispondenza tra le parole e le cose, c’è l’invito costante dell’essere alla nostra libertà, all’adesione. Perché le parole incontrate, pregate, si rinnovino sempre e sempre ci disvelino la novità delle cose. Perché, pregate, ci aiutino non a soffocare e distruggere le cose che nominano, ma a conoscerle e amarle. 

 

Così sto qui, a mezza via, avendo passato vent’anni –

vent’anni così sprecati, gli anni dell’entre deux guerres – 

tentando d’imparare a usare le parole, e ogni intentata

è una nuova partenza, e un tipo diverso di errore

perché non si impara mai a trovare le parole giuste

se non per ciò che non si ha più da dire. Ed ogni azzardo

è un nuovo inizio, una scorreria balbuziente

nel casino dei sentimenti imprecisi,

di squadroni indisciplinati di emozioni. E ciò che va conquistato

con forza e sottomissione, è già stato scoperto

una volta o due, o infinite volte, da uomini che non possiamo sperare

di emulare – ma non c’è competizione – 

c’è solo la lotta a recuperare ciò che è stato perduto

e ritrovato e perduto ancora e ancora: e adesso, in condizioni

che non sembrano propizie. Ma forse non c’è né guadagno né perdita.

Per noi solo il provare. Il resto non è affar nostro.

(East Coker, v 174-191)


 

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L’articolo proposto è un’anticipazione del volume “Chi scrive ha fede?”, a cura di Alessandro Ramberti, Fara editore, e raccoglie alcuni degli interventi svolti all’omonimo incontro svoltosi a Rapallo dall’8 al 10 febbraio 2013 tra quali quelli di Daniele Gigli, Francesco Napoli, Elisabetta Sala, Rosa Elisa Giangoia.



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