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PAPA/ Da Francesco a don Giussani: cosa vuol dire "tornare come bambini"?

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Andrej Rublev, Cristo salvatore (Immagine d'archivio)  Andrej Rublev, Cristo salvatore (Immagine d'archivio)

In altre parole, se il linguaggio alla fine non cambia la realtà concreta che mi si pone di fronte secondo il mio bene è un danno. Lo scenario descritto da Platone non può lasciarci inerti: “Accade invece che, quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto, ci si infuri e si faccia a gara per avere la meglio l’uno sull’altro, rinunciando alla ricerca della verità sull'argomento proposto.”

Cosa aggiunge mai dunque Cristo a Platone, rispetto al tema del linguaggio, visto che già la filosofia era andata così avanti su questo tema? La risposta la fornisce, con leggerezza apparente, in un altro punto della meditazione, Papa Francesco, quando aggiunge: “Quando Gesù ci dice ‘il vostro parlare sia sì sì, no, no’ ci dice il contrario di quello che dicono i corrotti”. Sarebbe strano ridurre questa indicazione di Cristo alla semplice necessità di sintesi e all’evitamento di discorsi articolati; anche il ragionare, ovviamente, è proprio dell’uomo. Associare il richiamo del linguaggio all’uso che ne fanno i bambini, mi sembra invece mettere in massima evidenza che l’uso del linguaggio vero dipende dall’adesione di chi lo usa alla realtà. 

Sono infatti convinto che il riferimento al linguaggio dei bambini non può e non deve essere liquidato come un riferimento di comodo ad uno stato di purezza “disumano” − la purezza infantile − né certamente è questa l’intenzione del Papa, dato il contesto. Non trovo a questo punto modo migliore di spiegarmi se non attingere alla mia esperienza. Non ho mai incontrato don Giussani, ma ebbi la fortuna di assistere, durante una messa “d’inizio d’anno” a Milano, ad un suo intervento in diretta che non so se sia mai stato pubblicato. Quelle sue parole, pur così affaticate e difficili da comprendere, quel giorno mi cambiarono. Giussani ci mise tutti in guardia da un’interpretazione “fanciullinesca” dei bambini come individui “puri”: sottolineò anzi che “tornare come bambini” vuol dire essenzialmente chiedere, chiedere ad oltranza, chiedere instancabilmente, chiedere fidandosi che chi ci ascolta può esaudire la nostra richiesta. Tornare bambini, disse Giussani, vuol dire, cioè, pregare senza sosta il Padre, chiedendo il nostro bene e, contemporaneamente, accettando la nostra condizione di sue creature. Dunque il linguaggio dei bambini non è un linguaggio da adottare perché semplice ma perché aderisce al vero delle nostre richieste. Un linguaggio che non ha vergogna di dire morte, salvami, mi sento vuoto o ti amo: un linguaggio, insomma, che non ha “vergogna di Cristo”. Solo così si ha un linguaggio non corrotto, per usare le parole di Papa Francesco.



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COMMENTI
10/06/2013 - Da Gesù a Papa Francesco (luisella martin)

Molti santi hanno cercato di spiegare l'attualità delle parole evangeliche; fra queste le parole del Papa e quelle di don Giussani,entrambe belle e chiare, sembrano emergere dall'articolo. Non dobbiamo però dimenticare che le parole pronunciate dai santi in terra hanno un senso solo se ritornano, attraverso la nostra preghiera, al Verbo. Prima di Papa Francesco molti santi,martiri e Papi del secolo scorso hanno spiegato, con discorsi e con l'esempio, cosa vuol dire tornare come bambini:San Pio da Pietrelcina, Padre Kolbe,Edith Stein, Santa Faustina,Santa Maria Goretti,Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI...Non ci é lecito confrontarli per fare una ipotetica graduatoria, possiamo solo chiedere a Dio di saper accogliere davvero i doni che ci fa con tanta insistenza (conosce la nostra "tostezza" di "capa" e di cuore!),diventando noi stessi bambini alla maniera di Gesù.