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PAPA/ Da Francesco a don Giussani: cosa vuol dire "tornare come bambini"?

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Andrej Rublev, Cristo salvatore (Immagine d'archivio)  Andrej Rublev, Cristo salvatore (Immagine d'archivio)

È curioso notare come, a fronte di tante persone che conoscono il significato di “etimologia” molte meno ne conoscano l’etimologia. La parola è collegata all’aggettivo “éteos” che in greco antico significa “vero” tant’è che Cicerone l’aveva tradotta con veriloquium. L’etimologia di “etimologia”, dunque, è “discorso sul vero”. Questa scienza, anche se non subito con questo nome, è nata insieme alla riflessione filosofica antica e si è subito ben stabilizzata, sia pure con risultati raramente convincenti, già in epoca alessandrina.

Dico questo perché il peso stupefacente del richiamo di Papa Francesco sul linguaggio in occasione di una meditazione mattutina nella chiesa di Santa Marta possa essere, se possibile, messo ancor più in risalto. Che questo Papa fosse attento al linguaggio si era capito dalle sue prime parole: chiama se stesso un “vescovo” – episcopo, cioè: letteralmente “un supervisore” – riportandoci alle origini della chiesa. È un Papa che piace ai telegiornali perché dice “buon appetito” e guarda l’orologio – ma a quale livello di ieraticità ci eravamo condannati? – ma, ben al di là degli indici di gradimento mediatici, questo Papa è un Papa che conosce profondissimamente tutta la storia culturale dell’occidente e, senza farcelo percepire, soavemente quasi, ci sprona a riflessioni che nessun telegiornale si accorgerebbe mai di divulgare.

In una recente meditazione mattutina in Santa Marta, parlando della pagina del vangelo dove alcuni farisei e alcuni erodiani tentano di far cadere in trappola Gesù (Marco 12, 13-17) dice: “Loro però non credevano a quello che dicevano. Era una lusinga […] è proprio il discorso dell’adulatore, il quale va con parole morbide, con parole belle, con parole troppo zuccherate». La corruzione, nelle parole del Papa, viene qui vista come connaturata con un uso perverso del linguaggio, cioè un uso non secondo verità. Come reagì Cristo, non solo in questo frangente ma in tutta la sua storia pubblica, rispetto alla questione della verità? 

Mi sia permessa un’altra nota storica. In uno dei suoi più famosi dialoghi – il “Gorgia” – Platone attacca la retorica come una disciplina vuota se non è soddisfatta una condizione essenziale della quale dirò subito. Anzi – dice Platone – la retorica è subdola perché non ha un dominio limitato: sta ovunque perfino nella medicina, nella ginnastica e nella culinaria. La retorica, nella visione di Platone, è la tecnica di persuadere formando discorsi coerenti che non lasciano scampo. Ma perché è dannosa? “Ebbene o Gorgia, se devo dirti tutto, io penso che la retorica non sia una tecnica, ma una lusinga” ci dice Platone, usando la stessa parola usata dal Papa – a meno che, conclude, non sia utilizzata per fare qualcosa “secondo intelligenza”, cioè per il bene comune”. 



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COMMENTI
10/06/2013 - Da Gesù a Papa Francesco (luisella martin)

Molti santi hanno cercato di spiegare l'attualità delle parole evangeliche; fra queste le parole del Papa e quelle di don Giussani,entrambe belle e chiare, sembrano emergere dall'articolo. Non dobbiamo però dimenticare che le parole pronunciate dai santi in terra hanno un senso solo se ritornano, attraverso la nostra preghiera, al Verbo. Prima di Papa Francesco molti santi,martiri e Papi del secolo scorso hanno spiegato, con discorsi e con l'esempio, cosa vuol dire tornare come bambini:San Pio da Pietrelcina, Padre Kolbe,Edith Stein, Santa Faustina,Santa Maria Goretti,Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI...Non ci é lecito confrontarli per fare una ipotetica graduatoria, possiamo solo chiedere a Dio di saper accogliere davvero i doni che ci fa con tanta insistenza (conosce la nostra "tostezza" di "capa" e di cuore!),diventando noi stessi bambini alla maniera di Gesù.