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LETTURE/ Ferraris, il "realismo" e quella strada perduta che non si trova

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)  Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)

Vorrei notare due cose. In primo luogo, ammettere che ci sia qualcosa di vincolante la libertà non la compromette certo, semplicemente e banalmente ne riconosce la condizione vincolata. Senza vincoli, del resto, la libertà manca di uno spazio per giocarsi, per esprimersi, per essere creativa. Il vincolo crea le condizioni in cui la libertà si misura e svolge: l’alternativa di una libertà senza vincoli non è un di più di libertà, non di per sé almeno. Normalmente invece i vincoli sociali stanno alla libertà come l’aria sta alle ali di una colomba (prendendo a prestito il grazioso animale dal bestiario di Kant). In secondo luogo, solo superficialmente la posizione di Ferraris è poi tanto vincolante. Infatti, anche i coraggiosi, disposti ad aprirsi a un pensiero un po’ più forte delle gelatine deboliste, dovrebbero presto constatare che la posizione di Ferraris è tutt’altro che forte. Un punto questo che pare sia sfuggito ai firmatari del pamphlet. Per chiarirlo dovrò affrontare il tema del realismo. Si vede dunque che il dibattito politico si sposta su un piano teoretico.

 Alcuni degli autori del pamphlet si dichiarano realisti (Laura Cervellione, Lorenzo Magnani, Corrado Ocone) e lo fanno con accenti che mostrano quanto sia variegato tale fronte. Gli autori però perdono, mi pare, l’occasione di notare che quello di Ferraris a veder bene è un antirealismo. Sì, proprio così: Ferraris non è un realista proprio quando ci si aspetterebbe che lo fosse. Per parte mia ho già avuto modo di dimostrare (Bloom 2012/14) che proprio in filosofia sociale, ove fornisce il suo contributo più originale, Ferraris non è affatto un realista. Per lui, certo, ci sono le sedie, i tavoli e le ciabatte. Per questo egli è un realista circa il mondo fisico. D’altra parte, tutto della realtà sociale, ritiene Ferraris, è costruito: “nulla di sociale esiste fuori del testo” e il testo stesso è un costrutto sociale. In filosofia sociale perciò egli è un antirealista e un costruzionista. Il problema del realismo di Ferraris dunque non è tanto che è banale, come si rimprovera nel pamphlet, quanto piuttosto che non esiste affatto. Come si può rimproverare a qualcuno di dire che ci sono cose come tavoli e sedie e accusarlo di essere violento e intollerante perché lo fa? Mi pare invece che meriti rimprovero quel filosofo sociale che si dica realista e che poi di fatto costruisca una filosofia sociale antirealista. Ferraris, del resto, non ha gli strumenti per fare qualcosa di diverso. Egli magari può protestare di poter sostenere un certo realismo, anche in filosofia sociale, perché “carta canta”. Ma la carta “canta” a chi la fa cantare (e lo spettro postmoderno riprende ad aggirarsi per Torino!). 



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