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LETTURE/ Ferraris, il "realismo" e quella strada perduta che non si trova

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)  Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)

Lo scontro tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, avviatosi fin dalla comparsa del nuovo realismo, ha avuto (anche) una valenza politica nel contesto della sinistra italiana, come ho avuto modo di osservare, credo per primo e proprio su questa testata. Questa fase dialettica non mi sembra conclusa, pur avendo esaurito in fin dei conti ciò che aveva da dire sul piano strettamente culturale. A essa mi pare si sovrapponga oggi una nuova fase polemica che si svolge, tra Ferraris e altri interlocutori, su almeno due fronti: sul piano politico, questa volta però in ambito liberale, e sul piano della filosofia teoretica, nel confronto tra realismi. Cercherò di mostrare la continuità tra questi due momenti e, inoltre, di spiegare quale sia, a mio parere, l’occasione mancata dal recente libro curato da Donatella Di Cesare, Corrado Ocone, Simone Regazzoni, Il nuovo realismo è un populismo (Il Melangolo, 2013).

Vediamo intanto il primo fronte, relativo alla polemica in ambito liberale. Ferraris denuncia la violenza dello svincolamento dalla realtà per come esso è proposto nel postmoderno. Egli inoltre mostra la deriva populista delle idee del postmoderno. Il riferimento alla realtà diventa invece, nella prospettiva di Ferraris, un fatto liberante, capace di favorire una democratizzazione della politica, perché proprio misurandosi sui fatti si possono smascherare le menzogne mediatiche dei potenti di turno. Per contro, agli autori de Il nuovo realismo è un populismo la lezione postmoderna sembra tuttora salutare. La difesa più esplicita del postmoderno è svolta, nel volume, da Lorenzo Magnani. Il postmoderno, secondo lui, avrebbe prodotto una “messe di conoscenze” capace di chiarire molto della realtà umana, sociale e culturale. Egli sottolinea, inoltre, che il fatto di mostrare che è possibile un uso ipocrita della verità, lungi dal danneggiare il concetto di verità, lo difende (p. 67). Il postmoderno, secondo la posizione di Magnani e di altri firmatari del pamphlet, renderebbe accorti, non ingenui, mentre il nuovo realismo sarebbe dogmatico e intollerante nel far credere che ci siano verità ultime e definitive (p. 5).

Per quanto mi riguarda, non sono mai riuscito a capire le ragioni di quello che sembra un autentico terrore vissuto da alcuni intellettuali per ciò che è definitivo, per ciò che è vincolante. Tale stato emotivo scomposto rende la nostra cultura attuale liquida e preconcettualmente refrattaria nei confronti di tutto ciò che è anche solo sospettabile di potersi rivelare un pensiero forte. Quest’ultima espressione è associata da certi critici, immancabilmente e con un automatismo sospetto, a “violento”, “dogmatico” o “intollerante” (vedi per esempio p. 5). 



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