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LETTURE/ Le nozze gay? Oscar Wilde condanna l'ipocrisia di Cameron & c.

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La causa intentata ai danni del Marchese di Queensberry, John Sholto Douglas, formalmente definita “Regina versus Queensberry”, cioè lo Stato contro il marchese, iniziava in questi termini: “per aver ingiustamente e maliziosamente scritto e reso di pubblico dominio o fatto scrivere e divulgare ai danni del suddetto Oscar Wilde, un’ingiuria, falsa, maliziosa e diffamatoria”. 

Wilde affrontò gli inizi del processo con disinvoltura e sicurezza, quasi si trovasse sul palcoscenico alla prima di una sua opera, o stesse tenendo una delle sue brillanti conferenze di fronte ad un pubblico rapito.

Tuttavia, se il pubblico che affollava il tribunale la principale attrazione erano le pose e le battute di Wilde il quale aveva deciso di dare una delle proprie migliori interpretazioni del dandy che con acume ed eleganza si fa beffe della società, l’interlocutore principale che Oscar aveva di fronte − cioè l’avvocato di Queensberry Edward Carson − era assolutamente refrattario al suo charme, ed era un personaggio temibilissimo.

Carson, eccellente avvocato, fu anche uno dei più importanti politici britannici del primo 900. A lui si deve, purtroppo, la tragica spartizione dell’Irlanda che tante vittime e lutti ha procurato nel secolo scorso. L’interrogatorio di Wilde da parte di Carson fu una vera sfida tra titani: Oscar appariva a proprio agio sul banco dei testimoni, la giuria seguiva attentamente lo svolgersi del dibattimento. 

Carson cercò di portare alla luce la vita di Wilde, un’esistenza dedita al piacere, sempre in compagnia di giovani ai quali non lesinava regalie e cene a base di champagne: aveva impostato la difesa di Queensberry sull’attacco diretto a Wilde per dimostrare che il suo cliente non era un diffamatore, ma aveva semplicemente rivelato la verità nascosta dello scrittore. L’avvocato infatti portò sul banco dei testimoni diversi ragazzi, prostituti e ricattatori, scovati dagli investigatori privati  sguinzagliati dal Marchese in tutta Londra, che deposero contro Wilde, testimoniando di averlo frequentato intimamente. In realtà si trattava di conoscenze di Bosie, il cui nome Carson riuscì a tenere completamente fuori dal processo; furono le testimonianze di questi individui, che un tribunale più equo avrebbe dovuto valutare più criticamente visto che non era affatto provato che Oscar avesse consumato atti sessuali con costoro, ad inchiodare Wilde.

Il suo avvocato, Sir Edward Clarke, che non era assolutamente all’altezza di Carson, ritirò l’accusa di diffamazione nei confronti di Queensberry, e a quel punto fu Carson a chiedere a sua volta l’incriminazione di Wilde.

Egli fu infatti accusato di crimini contro l’undicesimo articolo dell’Amendment Act, la Riforma del codice penale inglese, del 1885: gravi atti di indecenza.



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