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ARTE/ La strategia dello sguardo che "buca" i volti di Edouard Manet

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Edouard Manet, Berthe Morisot au bouquet de violettes (Immagine d'archivio)  Edouard Manet, Berthe Morisot au bouquet de violettes (Immagine d'archivio)

C’è poi un altro aspetto “stregante” nella pittura di Manet, un aspetto che potremmo chiamare “strategia dello sguardo”: i suoi sono personaggi che stanno guardando qualcosa che è fuori dalla tela e che noi non vediamo. Il loro non è un mettersi in mostra ma un mettersi in relazione con qualcosa che c’è e sta dove noi siamo: tanto che vien voglia di voltarci, per controllare alle nostre spalle cosa stia accadendo. Sono sguardi che bucano la protezione calda della pittura magistrale di Manet, che se ne tiran fuori (una pittura “tentatrice” che non si finirebbe mai di guardare). 

Manet, scrisse sempre Foucault, «ha posto la condizione fondamentale affinché un giorno ci si potesse liberare della rappresentazione». La sua è un’opera aperta, che interpella sempre chi guarda chiamandolo a una relazione inattesa. Come ha detto Meyer Shapiro, i suoi personaggi non sono mai delle terze persone ma delle seconde: sono un “tu” che cerca la nostra presenza. E ovviamente la trova, tanta è la loro bellezza…


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