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TURCHIA/ Fede, laicità, benessere: piccola guida al "caos Erdogan"

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Pur avendo potuto partecipare per un certo tempo alla vita politica turca, tutti i partiti fondati da Arbakan sono finalmente stati banditi dalla Corte costituzionale (pilastro, accanto all’esercito, dell’ordinamento laico voluto da Atatürk), con la motivazione che essi puntavano a introdurre la legge islamica, considerata «incompatibile con il regime democratico dello Stato». Consapevole di tale difficoltà, Erdoğan ha ulteriormente trasformato la retorica politica del suo partito, evitando i riferimenti all’islam e insistendo piuttosto sul suo carattere socialmente e moralmente conservatore ed economicamente liberale. 

Assenti dal discorso politico pubblico, i temi esplicitamente islamici sono invece presenti nella vita sociale ed economica. Negli stessi anni in cui dava vita alle sue formazioni politiche, Arbakan andava organizzando una rete di piccoli e medi imprenditori di origine anatolica che si sarebbe istituzionalizzata nel Müsiad, un’associazione di uomini d’affari orgogliosamente musulmani creata nel 1990 per fare concorrenza agli imprenditori kemalisti e laicisti. Realtà economica influente (controlla il 12% dell’economia turca), e vicina alle posizioni dell’Akp, il Müsiad esprime nel suo discorso ufficiale quella che lo studioso svizzero Patrick Haenni ha definito una «teologia della prosperità», fondata sull’idea che l’accumulazione di ricchezze non solo sia incoraggiata dal Corano, ma vada perseguita in una logica di rivalità con l’Occidente. È emblematico a questo proposito quanto scriveva il primo presidente del Müsiad, Erol Yarar, sulla rivista ufficiale dell’associazione: «dobbiamo diventare ricchi, dobbiamo lavorare ancora di più e diventare ancora più ricchi per diventare più forti dei profani». È stata probabilmente proprio questa ideologia della prosperità una delle chiavi del successo elettorale di Erdoğan, il quale ha intercettato i consensi sia delle persone insofferenti verso il laicismo aggressivo di matrice kemalista, che di una classe media desiderosa di arricchirsi partecipando ai benefici della liberalizzazione turca. 

Forti di questa ispirazione e delle riforme attuate nei primi anni del 2000, i risultati economici dei governi Erdoğan sono stati sorprendenti, facendo registrare tassi di crescita del Pil tra i più alti al mondo: +9,2% nel 2010 e +8,5% nel 2011, con un deficit e un debito pubblico rispettivamente all’1% e al 39%. Così, nella retorica dell’Akp, il leitmotiv del successo economico ha finito per diventare un allettante surrogato di quello “Stato islamico” che tradizionalmente alimenta l’ideale politico di altri movimenti islamisti e coprire, se non giustificare, i deficit democratici del regime. 

Le preoccupazioni sulle derive autoritarie dell’Akp sono senza dubbio giustificate, come dimostrano i tanti rapporti, di varia provenienza, che denunciano da anni pesanti violazioni delle libertà fondamentali e in particolare della libertà di espressione. 



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