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TURCHIA/ Fede, laicità, benessere: piccola guida al "caos Erdogan"

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Di Turchia si parlerà anche durante i lavori, aperti al pubblico, del Comitato scientifico internazionale della Fondazione Oasis, che si terrà lunedì 17 giugno nell’Aula Magna dell’Università statale di Milano, alla presenza del cardinale Angelo Scola.

L’esplodere delle manifestazioni di Istanbul e la contestazione al governo turco stanno rapidamente trasformando l’immagine che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) era riuscito a dare di sé negli ultimi dieci anni, accreditandosi internazionalmente come esempio di equilibrata ed efficace interlocuzione tra islam e democrazia. Ci troviamo dunque di fronte alla degenerazione di un modello potenzialmente capace di produrre una “laicità islamica” o assistiamo piuttosto all’affiorare di tendenze autoritarie e progetti di islamizzazione della società geneticamente presenti nella formazione di Recep Erdogan? Per tentare una risposta occorre prendere in considerazione il contesto in cui l’Akp è sorto.

È noto che la Turchia rappresenta uno dei casi più emblematici di secolarizzazione di un Paese islamico. Dopo la prima guerra mondiale, il padre fondatore dello Stato turco, Mustafa Kemal Atatürk, fece infatti dello sradicamento dell’islam uno dei capisaldi del suo progetto di modernizzazione: abolì le giurisdizioni sciaraitiche, smantellò l’insegnamento islamico tradizionale e colpì molto duramente le confraternite sufi.

L’islam continuò tuttavia a rappresentare una presenza significativa, fino a dar vita a esperienze di forte compenetrazione tra religione e vita sociale, come il movimento Nurcu (movimento della luce), nato dalla riflessione del riformista e teologo Said Nursi (1877-1960), e la confraternita Naqshbandi. 

Dal punto di vista politico l’elemento religioso cominciò a riaffacciarsi sulla scena turca dopo la liberalizzazione politica degli anni 50 e l’apertura al multipartitismo. La stagione della rinascita pubblica dell’islam turco fu dominata da Nacmettin Arbakan, il quale tra gli anni 70 e gli anni 90 svolse un ruolo di primo piano nella formazione di ben quattro partiti politici di ispirazione islamica: il Partito dell’Ordine Nazionale, il Partito di Salvezza nazionale, il partito del Benessere (Refah) e il Partito della Virtù. Fu in particolare in seguito ad una scissione del Refah che Erdogan diede vita all’Akp, inanellando tre vittorie elettorali consecutive: 2002, 2007, 2011. 

A differenza di altre formazioni islamiche, in primis i Fratelli musulmani in Egitto, i partiti islamici turchi hanno preferito agire all’interno del sistema politico piuttosto che contestare direttamente la legittimità dello Stato. Essi hanno inoltre evitato alcune rivendicazioni classiche dei movimenti islamisti, come l’applicazione della sharî‘a e la sua ricezione nell’ordinamento giuridico dello Stato o l’edificazione Stato islamico. In realtà tale prudenza non è bastata ad assicurare la loro integrazione effettiva nel sistema politico. 



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