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LETTURE/ Giampiero Neri: perché non si può vivere senza poesia?

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Giampiero Neri (Immagine d'archivio)  Giampiero Neri (Immagine d'archivio)

Così le figure degli insegnanti, in primis quel professor Fumagalli che tante volte verrà rappresentato nei suoi versi, convinto che «per scegliere un operaio bisognava vedere se lavorava con precisione e con calma (p. 31)»; o fratel Adeodato, «professore di matematica per obbedienza (p. 43)». Così le figure sanguigne e dolorose dei familiari: il padre assassinato fuori dall’ufficio dopo l’8 settembre; la madre, attrice appassionata di provincia; la sorella Elena, rosa nel suo breve vivere dalla pesantezza delle cose vuote. E su tutti il fratello Giuseppe, «il Peppo», che del rapporto di Neri con la parola poetica e con il suo carattere di vocazione è lo specchio: «Aveva l’intelligenza per scrivere, ma non era abbastanza per creare un’opera d’arte (p. 93)».

C’è tanta storia, nel parlare di Neri, tanta memoria che si snoda tra la microstoria dell’autore e la grande storia delle nazioni, degli scrittori e delle loro biografie, che lo appassionano perché ha «interesse per le persone (p. 74)». Una storia mai compiuta, sempre in divenire (ed è ancora la pratica scrittoria a illuminare in questo senso: «Io utilizzo un tempo solo, che è l’imperfetto», p. 96), ma in cui Neri ripone fiducia («non sono pessimista sulla storia», p. 129), proprio perché consapevole che il suo compimento è fuori da essa. «È importante credere nella grazia (p. 59)» ci dice infatti, aprendo lo scorcio su una dimensione in cui alla lotta della vita spetti di pacificarsi: «l’essenza del cristianesimo è il perdono. Il perdono ci appartiene come buona novella, contro il rancore e la vendetta (p. 82)».

È, questo tratto neriano, uno dei più stupefacenti tra quelli che affiorano nel colloquio, e che riporta al nesso tra conoscenza, parola ed esperienza. Perché se è vero che «la cognizione», cioè la percezione profonda delle cose, «non è una conoscenza come quella del triangolo equilatero, ma è un’esperienza (p. 95)», e se è vero che non si può non legare «la poesia alla verità (p. 104)», con altrettanta chiarezza emerge, nelle parole di Neri, il fatto che tanto questa esigenza del vero, tanto quel miracolo che ne è strumento di ricerca – l’arte del linguaggio – sono doni di cui l’uomo si trova quasi malgré soi investito. E che proprio in questi miracoli, nella loro inestinguibilità, si staglia la percezione della sua grandezza: «La poesia rimane un’esigenza dell’animo umano». È «sinonimo di verità e come tale sarà sempre ricercata dall’uomo (p. 107)».

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Alessandro Rivali, Giampiero Neri, un maestro in ombra, Jaca Book, Milano 2013 (160 pp., 14 euro)

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