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IL CASO/ Barcellona: ecco perché l'Italia è finita nelle mani dei giudici

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Mentre tutti i giornali comunicano giorno dopo giorno notizie di fallimenti di migliaia di piccole e medie imprese, assistiamo impotenti alla crisi del settore metalmeccanico, del settore minerario, del settore dell’energia, in cui i protagonisti dei fallimenti sono premiati con liquidazioni personali pari al bilancio di un’intera regione. Di fronte a una così profonda frattura tra i pochi che detengono privilegi e potere economico-politico e la società italiana, bisognerebbe prendere atto di come alla metamorfosi costituzionale iniziata all’inizio degli anni 90 e mai risolta corrispondano metamorfosi ancora più gravi. Non è più possibile continuare ad affrontare il tema delle riforme con lo schematismo giuridico e le formule vuote; le Costituzioni non vivono senza rotture e discontinuità, il punto è non rendere le discontinuità laceranti. Viceversa, una Costituzione che non resista alle trasformazioni della società reale finisce per non vivere e soccombere alle continue incursioni di una cultura giuridica astratta.

Oggi è fondamentale ritrovare un’identità di fondo che faccia sentire la società italiana legata dalla continuazione dei propri affetti, della propria storia, della propria memoria. Perché non si riesce a riprendere un percorso collettivo che tante volte ha caratterizzato con slancio e passione le grandi stagioni del nostro Paese, fin dalla Resistenza e dalla Costituente? 

Per capirlo è necessaria una critica della vuota rigidità delle formule giuridiche e istituzionali. Già negli anni 70, mentre iniziavano ad imporsi le culture neoliberali, si apriva un dibattito tra chi, come me, provava a teorizzare la possibilità di un “uso alternativo del diritto”, e chi affermava la cosiddetta “strategia dei diritti”, che avrebbe avuto in Stefano Rodotà uno dei protagonisti. Man mano che la strategia dei diritti individuali penetrava nella cultura dominante, e anche in quella delle classi subalterne, si affermava una profonda modificazione dell’assetto dei poteri reali che operano nella società, dissociando, nel senso comune, i diritti da un’idea di conflitto politico che incidesse davvero sulle diseguaglianze sociali, rimaste tali nonostante la cosiddetta uguaglianza formale della Costituzione. 

Se gli anni 70 erano caratterizzati dalla lotta democratica per la conquista della partecipazione ai processi decisionali dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli, poco dopo, paradossalmente, la lotta per la democratizzazione del potere veniva sostituita dalla lotta per la conquista di diritti individuali, depotenziando quasi totalmente l’iniziativa dei soggetti collettivi della vita politica. Ormai la rilevanza giuridica degli interessi collettivi è stata negata, insieme al concetto di legame e di vincolo che incarnava l’aspirazione alla solidarietà e alla reciprocità; la realtà sociale, le sue contraddizioni, le diffuse iniquità nella distribuzione della ricchezza sono state ridimensionate a contingenze congiunturali ed estromesse dalle lotte di rivendicazione di nuovi poteri democratici per le classi subalterne, tanto che Rodotà propone l’inedito concetto del “diritto ad avere diritti”, una formula che dovrebbe realizzare una tutela giuridica di ogni individuo nella concretezza dei suoi bisogni, ma che non si pone il problema di chi li debba realizzare e garantire. 



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COMMENTI
17/06/2013 - E' veramente ora di FARE (LUCIANO VIGEVANO)

bellissimo articolo, però non è sufficiente che queste denunce si scrivano solo su giornali d'opinione come questo, bisogna renderle CLAMOROSE e per questo coloro che possono devono mettersi a FARE, contrastando le parole ed i proclami vuoti ed artatamente fuorvianti con programmi concreti di lavoro per arrivare a rimettere in seno a questa società i valori morali che sostituiscano le leggi ipocrite. Questo deve essere fatto non da assurdi urlatori di piazza ma con il contrasto dei media "con le loro stesse armi" che in decenni hanno insinuato falsi valori morali, e molto spesso immorali, come normale evoluzione sociale a cui se non ci si abitua "si è tagliati fuori". Luciano VIGEVANO