BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Barcellona: ecco perché l'Italia è finita nelle mani dei giudici

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

InfoPhoto  InfoPhoto

Il dibattito in corso sulla riforma costituzionale del Paese ha raggiunto livelli di ipocrisia e strumentalizzazione che gettano discredito sull’intera élite politica e intellettuale specializzata nelle architetture istituzionali. È paradossale che mentre si inseguono sogni di palingenesi democratica capaci di scompaginare il vecchio sistema dei partiti e delle gerarchie parlamentari, e si è persino corteggiato il grillismo come forma di grande svolta democratica, si dia ancora credito a una linea di totale irriformabilità costituzionale, sostenuta con molte argomentazioni da Zagrebelsky, Rodotà e Ferrajoli. 

Mi lascia, ancora una volta, turbato la distanza abissale tra le formule giuridiche, rese sempre più fredde ogni volta che vengono pronunciate e svuotate di senso da intellettuali e politici, e la società italiana, travagliata da una crisi profonda che non può risolversi attraverso leggi elettorali o pastrocchi istituzionali.

Mentre si esaltano da più parti i diritti soggettivi e la loro inviolabilità, lo stato sociale è devastato e nessun diritto è davvero garantito; oggi, paradossalmente, molti di coloro che proclamano improvvisamente l’intoccabilità della Costituzione, pur non avendo esitato in passato a rimaneggiarla più volte, contribuiscono ogni giorno a disattenderne i principi nati dal patto sociale del dopoguerra. 

Se guardiamo, attraverso le recenti vicende giudiziarie, lo sviluppo delle dinamiche economiche italiane, ci accorgiamo di un enorme e gravissimo processo di privatizzazione della ricchezza. Non si può affrontare il grande problema delle riforme e della ricostruzione di un sistema pubblico limitandosi a inventare una nuova denominazione per descrivere una categoria di beni, utilità e bisogni arbitrariamente definiti “comuni”. Il vero problema è quello della decisione politica, ovvero delle pratiche attraverso cui si producono decisioni vincolanti per un’intera popolazione. 

È paradossale come si possa immaginare una vera e propria rivoluzione democratica dell’organizzazione parlamentare, partitica e di governo senza riconoscere la rilevanza pratica dei momenti di discontinuità operativa. Una Costituzione si fa nella vita pratica; vorrei ricordare che negli anni della crisi della prima Repubblica, in seguito delle provocazioni di Gianfranco Miglio, gli intellettuali, Cacciari in testa, sottolineavano la necessità di un nuovo grande momento di decisione politica, capace di riassumere differenze culturali e articolazioni regionali. Erano anni in cui il Paese si interrogava sulla necessità di mantenere i valori fondamentali, ma di organizzare le istituzioni in modo più disponibile all’effettiva partecipazione popolare.  

Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica le invocazioni, come quelle famose di Gianfranco Pasquino e di Augusto Barbera, sul restituire lo scettro al popolo, eliminando i partiti e le forme di mediazione politiche, hanno soltanto prodotto caos legislativo, caos istituzionale e caos sociale. Al popolo non è stato restituito nessuno scettro mentre la società italiana si è sempre più frantumata; il sistema dell’informazione massmediatica e dei dibattiti pubblici si svolge in regimi di monopolio più o meno occulti e, mentre viene decantata la nuova democrazia diretta della rete, i cittadini non riescono più a sapere nulla sul seguito degli scoop improvvisi che agitano per qualche giorno l’opinione pubblica. 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
17/06/2013 - E' veramente ora di FARE (LUCIANO VIGEVANO)

bellissimo articolo, però non è sufficiente che queste denunce si scrivano solo su giornali d'opinione come questo, bisogna renderle CLAMOROSE e per questo coloro che possono devono mettersi a FARE, contrastando le parole ed i proclami vuoti ed artatamente fuorvianti con programmi concreti di lavoro per arrivare a rimettere in seno a questa società i valori morali che sostituiscano le leggi ipocrite. Questo deve essere fatto non da assurdi urlatori di piazza ma con il contrasto dei media "con le loro stesse armi" che in decenni hanno insinuato falsi valori morali, e molto spesso immorali, come normale evoluzione sociale a cui se non ci si abitua "si è tagliati fuori". Luciano VIGEVANO