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LETTURE/ Heidegger, dove si "nasconde" il Senso delle cose?

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

La formazione heideggeriana, com’è noto, è avvenuta sotto l’ala della Chiesa cattolica e nel segno della teologia: una provenienza che, come lo stesso Heidegger dirà molti anni dopo, «resta sempre futuro». Quello che comunque resta è il fatto che l’intera problematica di questo filosofo sorge –  sebbene in maniera aspramente critica – all’interno della tradizione metafisica (cioè ontologica e insieme teologica) veicolata dal cattolicesimo. Solo che il suo tentativo è stato quello di ripensare alcuni concetti o fenomeni propri di questa tradizione (per esempio: la differenza tra l’ente e l’essere, il darsi delle cose come l’evento di una donazione, la salvezza come storia, il nesso tra la verità e la libertà ecc.) contro di essa, soprattutto contro l’idea di creazione, che resta il contributo fondamentale dato dal cristianesimo alla filosofia. Ad ogni buon conto, anche come «distruttore» Heidegger è difficilmente comprensibile al di fuori del cristianesimo (e del cattolicesimo): o meglio, va pensato come uno che ha tentato di oltrepassarlo, e che con ciò stesso ne ha riconosciuto il carattere imprescindibile.

L’impegno politico di Heidegger (il Rettorato dell’Università di Friburgo 1933-34) è stata una breve parentesi, sembra però che egli abbia rinnovato la tessera del partito nazista per molti anni. Il rapporto di Heidegger con il nazionalsocialismo è sempre stato discusso: lei che ne pensa?
La questione è ancora infuocata e vede contrapporsi – agli estremi – coloro che tengono nettamente distinte le responsabilità e anche le fatali connivenze politico-accademiche di Heidegger dalla grandezza incontestabile del suo pensiero, e coloro che al contrario leggono questo pensiero come la coerente espressione della sua fosca opzione politico-ideologica. A me sembra che l’errore più tragico, e la più grande responsabilità, in questo delicato affaire stia tutta nella sua pretesa «filosofica»: Heidegger aveva visto nel nazionsalsocialismo una sorta di kairòs, l’occasione favorevole in cui il popolo tedesco potesse riconquistare la sua grandezza «spirituale», perduta nel prevalere della cultura cristiano-borghese. E doveva farlo attraverso la sua più specifica avanguardia, ossia l’università, il luogo in cui la lotta politica coincide con la lotta per il sapere autentico. Ma la tragedia, prima ancora che nelle conseguenze politiche, era già nelle pieghe di questa decisione: voler essere lui, Heidegger, a guidare con la potenza della filosofia la rivoluzione nazionalsocialista: insomma essere il Führer del Führer. Ma gli stessi ideologi del Partito gli sbarrarono presto la strada accusandolo addirittura di attrarre con il suo pensiero le menti ebree!

Con quali conseguenze?
Con una conseguenza squisitamente teoretica, e cioè elaborando il lutto di questo suo insuccesso attraverso l’idea che ogni grande filosofia è destinata al fallimento e al naufragio, non perché i filosofi non siano in grado di capire il significato del mondo, ma perché questo significato si è ormai congedato definitivamente e «vige» solo nella sua inafferrabile impossibilità.

Dopo Heidegger cambia il modo di concepire l’arte, in particolare la poesia. Perché?



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