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LETTURE/ Heidegger, dove si "nasconde" il Senso delle cose?

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

«Sta qui il compito della metafisica nell’epoca del nichilismo: lì dove della verità dell’essere sembra non rimanere più niente, bisogna tornare a interrogare gli enti, le “cose” – l’ente che io stesso sono non meno degli enti mondani – per chieder loro di nuovo notizie sull’essere». Rileggere Heidegger per interpetarlo, prenderlo sul serio, vagliare le sue risposte, accettarne la sfida. È quello che si è proposto di fare il filosofo Costantino Esposito nel suo ultimo lavoro, Heidegger (il Mulino, 2013). L’autore ne ha parlato con ilsussidiario.net.

Perché questo suo nuovo libro su Heidegger? Lei ha già dedicato al filosofo altri lavori; cosa è intervenuto nel frattempo?
Heidegger è un autore che rimane, per così dire, sempre all’orizzonte del dibattito filosofico, e più in generale della cultura contemporanea, come uno dei “protagonisti” di maggior rilievo. Il suo tentativo di ripensare alcune questioni fondamentali della vita umana e della storia del mondo appartengono in maniera indelebile alla coscienza che abbiamo del nostro tempo.

A cosa pensa in particolare?
Penso ad esempio al suo concetto di uomo come «esserci», vale a dire come un’«esistenza» irriducibile ai diversi enti presenti nel mondo: mentre infatti questi ultimi sono quello che sono, e basta, l’uomo invece è caratterizzato da una sua propria «apertura» all’essere. Per questo egli è chiamato da Heidegger un «essere-per-la morte», cioè un essere sempre esposto alla propria impossibilità, perché ha sempre ancora da-essere – cioè «è» tempo – ed è chiamato ad assumere questa impossibilità come il senso autentico del vivere. O penso alle sue idee decisive sulla dimensione nichilistica della nostra epoca, segnata dal dominio planetario della tecnica, nella quale il mistero dell’essere sembra completamente perso, e la metafisica implode per così dire come oblio della verità.

Rispetto dunque a questi problemi che, come Lei dice, sono ormai diventati parte integrante della cultura filosofica del nostro tempo, cosa l’ha spinta a scrivere ancora su Heidegger?
La semplice osservazione che queste posizioni heideggeriane sono state ormai omologate e quasi standardizzate, di modo che le si accetta come una sorta di inevitabile “destino”, arrivando per esempio a dire – come nella cosiddetta filosofia continentale – che dopo Heidegger non possiamo più pensare alcune cose o certi fenomeni della realtà e dell’esperienza, perché sarebbero stati appunto «distrutti» dal pensiero heideggeriano. Oppure quelle posizioni le si rifiuta – come nella filosofia analitica – perché rappresenterebbero una ricaduta nella vecchia tradizione metafisica, ormai insensata a livello linguistico e cognitivo. Ciò che ho voluto fare con questo libro – che è una nuova ricostruzione dell’intero pensiero del filosofo tedesco – è invece di non dare per scontate le sue questioni, riaprire le sue domande, ascoltare nuovamente ciò cui esse ci provocano riguardo al rapporto tra l’uomo e l’essere, ciò che lui stesso ha chiamato con il nome emblematico di «evento di appropriazione».

E in questo nuovo tentativo cosa ha scoperto?



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