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MACHIAVELLI/ Il miglior antidoto all'utopia?

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La mostra in corso al Vittoriano (Roma, fino al 16 giugno) sul Principe di Machiavelli, curata dal vicedirettore del Museo del Risorgimento Marco Pizzo e dal politologo Alessandro Campi, appassionato collezionista delle innumerevoli traduzioni del grande libro, si presta a svariate considerazioni.

Anzitutto, in un periodo burrascoso della vita pubblica del Paese, come altre volte in passato l’ombra di Machiavelli incombe. Il disincanto realistico è il primo, inevitabile dato: la politica italiana sembra condannata a replicare incessantemente un machiavellismo spesso deteriore o di maniera. Non a caso sono abbondate di recente le riletture della carriera di Giulio Andreotti che ne facevano, in maniera un po’ scontata ma comprensibile, l’ultimo epigono del Segretario fiorentino. Analogamente, nel catalogo della mostra Filippo Ceccarelli ricorda che prefazioni all’opera più rappresentativa di Machiavelli furono scritte (o furono fatte scrivere: ma vollero firmarle) da personaggi così emblematici e cruciali della recente storia d’Italia come Mussolini, Craxi e, ancora vivo e vigente, Berlusconi. È il caso di aggiungere che questo catalogo è, come non sempre accade, un testo di valore, ricco di contributi saggistici di grande interesse e ricchezza.

D’altra parte, il luogo della mostra, all’interno del monumento emblematico del Risorgimento, ricorda l’altra principale chiave interpretativa, di matrice ottocentesca: Machiavelli come padre della coscienza nazionale.

In realtà l’esplorazione della mostra offre una conferma plastica del fatto che le opere davvero importanti si prestano a una continua rilettura e appropriazione; persino a strumentalizzazioni che non sono però asettiche o insignificanti. Breviario del potere e trattato dell’empietà, encomio della forza o manifesto nazionale: le interpretazioni del capolavoro sono infinite, anche se tutte gravitano su un nucleo scottante e ancora sconveniente. I variegati documenti raccolti (ritratti, monete, incunaboli, edizioni del Principe, etc.) nella stimolante esposizione romana riescono a dare efficacemente il tono di una presenza che ha segnato la storia della riflessione teorica ma anche di una sorta di immaginario: si pensi alla proverbialità del “machiavellismo” e delle espressioni affini presenti in svariate lingue, oppure si consideri l’interessantissima sezione della mostra dedicata a videogame, cartoline, o altri documenti della cultura diffusa.

A cosa si deve questa capacità di incidere? Si può ipotizzare, tra molte altre cose, anche questa: il realismo politico alimenta una curiosa ambivalenza. Non è un caso che proprio l’epoca del disincanto machiavelliano veda anche la massima fioritura della letteratura utopica. Anche tra coloro che mantengono una prospettiva ostile all’utopia, machiavellismo e antimachiavellismo si susseguono in un’oscillazione significativa che è iniziata praticamente all’indomani della prima edizione del Principe (che è postuma, del 1532). 



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