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BIENNALE/ Se la scienza e la gnosi chiudono l’arte in "gabbia"

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Ma cosa veramente conoscono sia l’uno che l’altro? Credo che andare alla Biennale e non farsi questa domanda sia come assistere a una vetrina e rinunciare per l’ennesima volta ad un tentato giudizio, ad una partecipazione attiva all’offerta che ci è fatta, deificare le opere come menhir indecifrabili.

La conoscenza non può essere quella scientifica, la serialità delle prove per accostamento. Essa appartiene più alla fase della dimostrazione che a quel tempo “diverso” del sorprendere e rendersi certo di un’ipotesi, del concretarsi di un intuizione. 

Momenti che ha vissuto anche Newton e non capiamo così perché l’alternativa (o la diversità) alla catalogazione, all’enciclopedismo, alla raccolta debba essere la voragine “rossa” dello gnosticismo di Jung, il sogno esoterico di forze oscure che non distinguono l’io dalla sua immaginazione. Certo sono state storicamente una tendenza, ma qui culturalmente si imposta il tema solo su questo binomio.

È dunque l’arte ad uscirne privata del suo metodo, che è invece un’intuizione che può divenire esperienza. Sfuggono infatti a queste categorie alcuni artisti e alcune opere esposte, ma sono collocate in questa scia perché presentano un ripetitività, una serialità di soggetto come i bellissimi mari blu e magmatici di Thierry de Cordier.

Qual è tra le due la via dell’arte, posto che essa nel confronto tra questi due macigni della modernità, il subconscio e la riduzione quantitativa della scienza, ha dovuto comunque misurarsi?

Anche qui la proposta non sembra considerare un’immane – e spesso italiana − schiera di singole libertà, di sentieri e strade non catalogabili (e perciò non nominabili o rappresentabili?) che hanno animato il nostro tempo ma che sfuggono a queste due categorie.

Tra queste due grandi riduzioni della conoscenza ecco comparire, come un maschera mortuaria, modellata dallo sconosciuto surrealista René Iché, il volto di André Breton, padre del surrealismo, esposta poco a fianco del libro di Jung. Quel volto col labbro ancora carnoso e giudicante è anche la sua tesi: egli è anche il padre del contemporaneo. Immaginiamo quale tragitto, seguendo le tracce storiche proposte dalla Mostra, si è compiuto fino all’apparire delle opere dominanti, alle forme predominanti dell’arte contemporanea, inseguite oggi dal mercato, se quello che proviene da quell’altro tipo di conoscenza che discende da Breton: “Spingersi nei meandri più impervi dell’immaginazione, qualunque fossero i rischi per la propria sanità e felicità”, “Ridurre l’immaginazione in schiavitù è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stressi” (Manifesto del Surrealismo, 1924). La maschera mortuaria della realtà, la grande sconosciuta e disamata, perché conosciuta solo nel soggetto prigioniero di sé o nella sua capacità elencativa.



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