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LETTURE/ Gli anni di piombo di Maurice Bignami: quando la verità nasce dalla carne

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La prima. L’incipit dissacrante – “Alzò il coltello, lo puntò al soffitto e sputandosi addosso gridò: ‘Viva l’Italia!’   - trova il suo corrispondente oblativo nel finale - “…tra il  muro e una lavastoviglie; i piedi sanguinanti di qualcuno nascosto dietro un vecchio frigo … Così, a dispetto dello stile, feci un passo avanti nella preghiera…” In mezzo sta quel: “Prima, però, dovevo scavare ancora … Capire fin dove eravamo capaci di arrivare, tutti quanti. Quanto era buia la notte”. Tutto il dissacrante che questa storia di quegli anni spiattella in spudorata mostra al lettore trova la sua compiuta dissolvenza in quel supremo atto di – qui la parola – “consacrazione”. Proprio come un’ostia che, buttata di qua e di là − magari in una sacrestia umida o in un disadorno scantinato da bar – attende quell’atto supremo che ne farà ciò che è: una vita di uomo in carne ed ossa. Quello “scavare ancora” e quel “capire fin dove” restituiscono la tessitura di una vita nella quale il motivo dissacrante si svela come la materia (mai sufficientemente “bruta” da costituire obiezione all’avvenimento del suo essere consacrata) di attesa a dis-posizione per la sua compiuta e totale consacrazione, proprio ad opera di quell’imprevisto “qualcuno nascosto dietro un vecchio frigo…”. Che sia la vita di Rebecchi o quella di un’intera epoca non fa gran differenza al cospetto di quel “nascosto”.

La seconda. Sì, questa storia-romanzo ci rivela un’epoca (anni 70) travalicando gli stereotipi nei quali – ahinoi! – si è voluto comprimerla. Bignami non si limita  ad una “rivisitazione” di quegli anni ma, ben più radicalmente, ce ne offre una vivida e a tratti spudorata “rivelazione” – ecco la seconda parola. I piani, gli intrighi, le trame e i loro corrispettivi armatori rivelano una vita che, lontano dai dibattiti giornalistici come dalle acrobatiche dietrologie sociologiche dell’epoca (ma anche su di essa), sancisce e presagisce il per noi insospettabile disarmo ideologico. Sesso, droga e rock & roll intessono una vita tutta alla ricerca di se stessa, quella vita dove complicità e connivenza lavorano a preparare – loro malgrado − il loro più imprevedibile sovvertimento “sociale” a vantaggio di una riscossa operata per via di contrizione e pentimento: “…Era proprio così. Potevamo dirci veramente ogni cosa, senza vergogna. Ci legava l’orribile connivenza dei complici e forse un barlume di contrizione. Per stanchezza fisica, certo; per autentica lassitudine morale, per quella spossatezza, quello snervamento che ti coglie quando sei arrivato alla frutta, ma che si avvicina pur sempre a una specie di pentimento”. E sarà per voce del trans (Belém) che la poesia farà capolino nel bel mezzo di una notte esagitata: “‘…Non ci sono più segreti tra noi! Siamo qua, che è quasi l’alba, e il sole... forse!... tra poco risplenderà, e ci possiamo confidare anche le cose più brutte!’ Era una poetessa, Belém”. 



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