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LETTURE/ Gli anni di piombo di Maurice Bignami: quando la verità nasce dalla carne

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Gli anni di piombo ci sono restituiti, così, in una loro tonalità inedita ed insospettata: chi li ha vissuti ce li consegna sorprendendovi la nostalgia di una solarità rivelativa che liberi – allora come ora − il cielo della vita dalla plumbea cappa delle idee assassine. Ora, abituati come siamo a identificare gli anni 70 con piazze e manifestazioni, assemblee-fiume e scioperi ad oltranza, ci sfugge questa vita “rivelata” in una comune stanza di una casa messa lì, una vita dove la ragione attende la rivelazione del volto vero degli uomini e delle cose. Si noterà che in tutto il corso degli otto tempi che segnano la cronologia del racconto piove più dal cielo che dalle canne delle baiaffe di umana fattura. Nell’esperienza di David Rebecchi l’ideologia si disvela come una ragione ormai arrivata alla frutta proprio perché… non ha più banane (sic!) – e alla faccia della melassa languida dei cosiddetti “migliori anni” della nostra vita! Confermo, dunque: questo romanzo-storia suona, storicamente e letteralmente, come un’autentica “rivelazione”.

Finalmente la terza parola. Essa sta in capo a due scene del libro. Nella prima si vede il ragazzo Rebecchi che, nel consumare lo zabaglione caldo preparato dalla mamma, s’avvicina alla finestra e scrive il suo nome a stampatello sul vetro appannato: “David Rebecchi. Dopo di che, bevendo a piccoli sorsi, guardavo le lettere riempirsi di vapore e svanire piano piano”. Nella seconda l’ormai navigato terrorista si vede scoperto dal video lasciatogli dalla sua “amata” (Bona Boscari) prima di andare a morire  e nel quale svela i retroscena della storia in questione; anche qui la tazza contiene zabaglione caldo, una finestra sulle vie di Roma: “…Mi guardai in giro per vedere se da qualche parte ci fosse una finestra appannata su cui scrivere il mio nome, ma Roma non è Parigi e l’età non è più quella, e di me non avevo più alcuna considerazione. Ero una figura a cavallo del tempo e chi sa come cazzo mi potevo chiamare, ora!”. 

Se ad essere appannata è la vita, più che le finestre, la questione del nome ci costringe a fare i conti con la correlata vicenda dell’identità: gli otto tempi dell’opera ci si palesano, così, come la tessitura di un’autentica “confessione”. Sì, tutto David Rebecchi lavora a favore della confessione di Maurice Bignami proprio nel mentre questi si fa discepolo di quello. In essa vengono assunti uomini d’ogni tipo e fatti che si possono ora rileggere a ragion veduta: “Non ne potevamo più di andare avanti e indietro. Eravamo stanchi. Erano anni che facevamo quella vita (il mito della vita on the road, ereditata dai leggendari anni 60, volge qui al suo storico declino!) e cominciavamo ad essere inquieti, ad avere un sacco di dubbi. Incertezze ancora in buona parte inespresse, ma ormai ineludibili”. 



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