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LETTURE/ Gli anni di piombo di Maurice Bignami: quando la verità nasce dalla carne

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Cade un mito ma comincia la costruzione – o riedificazione – dell’io e della sua identità: opera di ricostruzione coincide con opera di confessione. Questa, tuttavia, rifugge dall’immagine stereotipata dei beveraggi spirituali a cui si è voluto furbescamente consegnarla (“…tutto ciò che non è originale, emancipato, non è frutto di una pretesa autonomia creativa, è per definizione di pessimo gusto. La carne è sempre un po’ trash!”); grazie ad essa Rebecchi ci rende edotti su cose che avremmo pagato per poter conoscere allora … ora lo ritroviamo a due passi da Ponte Vecchio a sostenere il difficile dialogo tra Prima Linea e Br sulla possibilità di una liberazione di Aldo Moro: “…riflessioni politiche. Esattamente opposte alle loro, anche se ottuse nella stessa misura. Specificammo inoltre che ci sembrava idiota parlare di prigioni del popolo, che era come ammettere di essere a capo di un sistema di repressione parallelo. Di essere uguali al nemico. A fine pasto ci chiesero: «Ci sosterrete?» «No!» risposi. «Non ci pensiamo nemmeno!»”. 

È chiaro che qui si tratta del volto confessato di un’intera epoca il cui destino risulta inestricabilmente innervato in quello del protagonista italo-francese e dei compagni di movimento; ed è Camelia, l’ultima ragazza slava incontrata, che dà l’estremo scossone per un ultimo passo di autocoscienza dell’identità confessata: “Camelia, ormai, incarnava tutti i peccati di omissione della mia vita. Me li sbatteva in faccia”. Nel pieno degli anni della “militanza a tutti i costi” la confessione cosmopolitica − disarmata e disarmante – di un peccato di omissione! Gli è che nella confessione che Bignami ci partecipa ci raggiunge quella di un’intera epoca e di un intero universo umano: è la confessione di un io che cerca di proferire – secondo la sovreminenza di un’altra polis −  l’accenno di un “noi” nel segno di un destino … comune. Siamo agli antipodi delle vie delle utopie, approdati alfine, attraverso quelle della domanda di perdono, sul terreno di tutt’altro regime di pensiero ove s’apre un’altra storia.  Sulla soglia di questo nuovo orizzonte di tutt’altra vita, incipiente in questo mondo di ben altro mondo,  la confessione di Rebecchi proferisce “politicamente” − come propri ma altrove legittimati − il nome e la volontà di quel Padre unico, invocato come “nostro” e pregato nella e dalla carne – come in un soffio: “…«Venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà» bisbigliai e, lasciandomi andare, giudicai che il resto sarebbe venuto da sé”. La confessione di Bignami/Rebecchi approda al giudizio secondo la ragione di una identità tutta sospesa a questa, carnalmente incontrata, Signoria: il Padre, nome confessato da/di un mondo e di un decennio decisamente prodigo; e sia! Il vitello grasso dopo ghiande e carrube … Nella confessione di Rebecchi/Bignami lupi e cani randagi trovano il Padre, la Sua Signoria e l’intera umana Sua Filiazione.



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