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LETTURE/ Camisasca: nella creazione, il mistero dell'accoglienza

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Michelangelo, Cappella Sistina (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Cappella Sistina (Immagine d'archivio)

Se vivere vuol dire ricevere la vita, e vedersela donata a ogni istante, allora non può essere cosa solo nostra, un nostro geloso possesso da blindare in un forziere. Sarebbe un andare contro il flusso della realtà da cui noi stessi scaturiamo. Perché vivere è prima di tutto un essere accolti: la “scoperta di essere amato”, cioè voluto per un destino di bene, quindi sempre perdonato e rigenerato nella storia della pazienza divina che scavalca la barriera del tempo, è “l’esperienza più importante della vita”. Solo “quando si vive la gioia di essere accolti, si diventa capaci di accogliere”. L’accoglienza e la carità maturano come dimensione della vita in quanto attecchiscono nella viva esperienza di un amore che prima di tutto raggiunge noi e ci trasforma. L’accoglienza dell’altro è la dilatazione del bene in cui noi per primi abbiamo trovato dimora.

I risvolti pratici di questa logica del contagio che parte dall’esperienza dell’io sono messi in evidenza nei capitoli conclusivi del volume, collegandoli ai “rapporti primari” che scandiscono la vita di tutti nella sua quotidianità: innanzitutto a partire dallo spazio elementare della famiglia. Sono chiamati in causa, in primo luogo, “marito e moglie”. La pazienza è il dono fondamentale da chiedere. L’accoglienza nasce, infatti, dal “perdono della diversità”, e il perdono si nutre del rifiuto della misura. La carità ha bisogno della “casa” per alimentarsi e prosperare. E dalla casa può tentare di espandersi verso i confini della società intera, traducendosi in opere, servizi, iniziative e strutture di aiuto che, nella coerenza fedele di una storia, se sanno restare attaccate alla loro origine, possono diventare stabili e offrirsi come una autentica risorsa per il bene di tutti.

Un test decisivo sarà sempre di più, in questa cornice, l’atteggiamento della famiglia verso gli anziani. Loro sono la “sentinella” che vigila sui confini estremi della vita. Ci richiamano a non confondere il provvisorio con ciò che tiene fino all’ultimo: “la vita dobbiamo rispettarla, custodirla, e infine riconsegnarla”.

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