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LETTURE/ Camisasca: nella creazione, il mistero dell'accoglienza

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Michelangelo, Cappella Sistina (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Cappella Sistina (Immagine d'archivio)

Siamo fatti come lui. Possiamo mille volte tradire, tentare di cancellare questa immagine di Dio che è in noi, ma rimane, al fondo del nostro essere, la certezza che solo donandoci possiamo trovarci. ‘Chi si perde si trova’”. Ci porta fino a lambire tutta la vertiginosa profondità dell’origine che sta all’inizio del nostro esistere nel mondo il modo in cui mons. Massimo Camisasca torna sul tema cruciale della carità nel suo ultimo libro (Benvenuto a casa. Le ragioni dell’accoglienza, San Paolo, 2013, pp. 98).

L’agile volumetto raccoglie le parole che l’autore ha rivolto all’associazione Famiglie per l’Accoglienza nell’arco degli ultimi sette anni. Riunendole insieme, traccia un percorso che aiuta a fare luce sulla forma da dare alla propria vita. La proposta di un giudizio è contrappuntata da brani di testimonianze ed esempi prelevati dalle lettere scambiate con genitori e figli che la delicata esperienza dell’ospitalità offerta, nella propria casa, a bambini e ragazzi altrui l’hanno vissuta in prima persona, tramite l’affido o l’adozione. Ma si coglie subito che il libro non è un manuale per addetti ai lavori: prende avvio dal mistero dell’accoglienza che si apre per fare spazio all’estraneo, ma da lì ricava lo spunto per interrogare ogni “io” che, per il semplice fatto di esistere, viene da un “tu”, e con una folla di altri “tu” è chiamato senza sosta a interagire. Nessuno può prescindere dal fatto di essere una creatura che sorge e si muove dentro una trama di rapporti che ci precedono, abbracciandoci da ogni lato. Si può tentare di farci i conti in modo serio; oppure fingere di essere individui autonomi, al centro di un universo che ruota arrancando intorno a noi, docilmente al nostro esclusivo servizio.

Per abbordare di petto la questione dell’inesorabile connubio dell’io e del tu sarebbe inconcludente fermarsi a ragionare solo sulle conseguenze etiche e sull’utilità del nostro sforzo morale. Il realismo impone di capovolgere le prospettive: prima di arrivare ai frutti, bisogna partire dalle radici che danno linfa all’albero, senza le quali non ci sarebbe la vita. È nel principio che si può scavare per decifrare la natura di ciò che, sviluppandosi, poi produce effetti, segni concreti, modi di agire e comportamenti per incidere sull’ambiente. La meditazione di Camisasca poggia risolutamente su questo pilastro dell’oggettivo da cui tutto il resto fluisce come riflesso. Non c’è nessun automatismo: l’esito è da desiderare, va chiesto e coltivato. Ma senza un inizio, senza un terreno fertile in cui il tronco possa affondare tenacemente non ci può essere nessuna promessa che si realizza, nessuna crescita che arriva fino ai particolari più concreti delle scelte da assumere nel quotidiano.



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