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SINISTRA A PEZZI/ Barcellona: perché i giovani hanno rinunciato alla rivoluzione?

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Coloro che hanno cercato di ritematizzare il rapporto tra individuo e società, hanno affermato il valore del gruppo e di coloro che ne costituiscono la guida: come sostiene Bion, non è reazionario pensare che si produca all’interno di un Paese un gruppo di lavoro che ne sappia raccogliere le esigenze più profonde; il bisogno di grandezza nella vita quotidiana, che contrasta la falsità mediatica, la falsa comicità e la sguaiataggine, è l’unica risorsa che possa dare slancio al percorso europeo. 

Perché non abbiamo il coraggio, a questo punto della vicenda politica, di produrre davvero un moto, al contempo spontaneo e organizzato, affinché nel corpo vivo della società si formino gruppi sempre più intensi e capaci di liberarci − con tutto il  rispetto che ritengo dovuto alle persone − sia di Renzi che di Bersani, sia di Barca che di Epifani? Un movimento capace di mettere in moto di nuovo i volti delle nuove generazioni, come quando nei miei ricordi sfilavano il Primo maggio col fazzolettino rosso al collo. Da questa esperienza attuale della mia vita, vorrei dire basta con le sinistre riformiste e quelle rivoluzionarie: c’è bisogno di un’unica grande rivoluzione, una rivoluzione per unire, per creare un fronte. Tutto ciò non significa affatto un’omologazione indifferente di posizioni diverse, magari opportunistiche; vuol dire, al contrario, far emergere l’universalità autentica, che non sopporta pregiudizi di sorta, neppure dei partiti. Un’universalità in cui l’appartenenza è segnata dal cordone ombelicale col genere umano, di cui si è chiamati a rappresentare l’istanza di vita. Non vivere per sopravvivere, ma sopravvivere per gustare una nuova visione della vita, in cui sia possibile contrapporre chi assume la dignità del lavoratore come principio regolativo delle proprie scelte e chi invece tenta di riempirgli il cervello con immagini di denaro e di ricchezze, come ha ben affermato Vittorino Andreoli. 

Non la fine del conflitto, dunque, ma un altro modo di concepirlo, in cui la posta in gioco è sempre alta e il comune nemico è lo spirito rapace e mediocre di chi non vuole oltrepassare la soglia del proprio piccolo orto. Se schiettamente ci misuriamo con l’egemonia, dovremmo concludere che le beghe sui processi di Berlusconi, sulla corruzione dilagante, sul malcostume e sulla trasgressione permanente della legge, sono un’aria ostile da combattere ma anche una riserva indiana in cui si consumano le ultime provviste prima della scomparsa nella notte dell’inverno. Dico basta a Berlusconi non certo per assolverlo, ma per non dare a Cesare quello che non gli appartiene; così come dico basta a Monti e devo confessare le mie riserve su Enrico Letta, con la sua aria permanente di passionista dimenticato nel convento. Il furore è della gioventù, quella che è ancora capace di vincere i campionati e che dovrebbe mobilitare tutte le energie possibili verso nuove e schiette egemonie.



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