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SINISTRA A PEZZI/ Barcellona: perché i giovani hanno rinunciato alla rivoluzione?

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Il livello della sfida non è quello di un aggiustamento contabile del debito pubblico, ma quello costituente di un grande momento unitario dell’Europa, che ritrovi nella propria storia e nelle proprie risorse la materia per poter continuare ad identificarsi come una società ricca di tradizioni diverse e di culture particolari e al contempo unita dal rispetto di alcuni principi fondativi della convivenza. In tutte le epoche storiche in cui l’Europa, nonostante le guerre civili e le lacerazioni fra gli Stati, ha rappresentato un punto di riferimento per l’intero occidente, lo spirito europeo si è incarnato in grandi movimenti culturali come il Rinascimento italiano, l’Illuminismo francese e il Romanticismo tedesco. L’Europa è stata patria di una storia ed una memoria, per certi aspetti terribile, di guerre civili e di violenze inaudite, che ha realizzato alla fine un originale meticciato, in cui diverse tradizioni hanno creato un’esperienza di apertura e di accoglienza. La capacità di integrare la singolarità di ogni vicenda e l’universalità della prospettiva umanistica è il cuore della tradizione europea, che può motivare un nuovo slancio vitale verso il futuro.

Proprio come un secolo fa è stata pensata politicamente la ricerca storica in Francia, dando vita alla grande tradizione degli Annales, c’è oggi un enorme bisogno di storia, non come inventario di avvenimenti ma come ricostruzione di un percorso doloroso, per trasformare anche le differenze in una risorsa d’identità. Lo spirito dissolutivo dell’identità storica è stato fortemente alimentato dall’offensiva neoliberista che ha abbracciato tutti i campi della politica e dell’economia; riprendere in mano il filo della storia significa esprimere un giudizio sul fallimento del neoliberismo e sul carattere meramente ideologico del primato dei mercati sulla vita dei popoli. La declamata fine delle ideologie ha significato l’avvento di una nuova ideologia apologetica del capitalismo selvaggio, bisogna quindi analizzare il carattere politico della globalizzazione, che non è un dato economico inevitabile nelle forme e nei modi che ha assunto, ma un progetto di subordinazione di grandi parti della società al dominio di gruppi finanziari extranazionali, che cercano di rendere la produzione di ricchezza sempre più indipendente dall’economia reale. Marìa Zambrano, poco dopo la seconda guerra mondiale, prefigurava una lenta agonia dell’Europa, qualora si fosse incentrata esclusivamente sulla sfera economica e del mercato. 

Negli scorsi anni c’è stato solo un momento, durante la discussione sulla cosiddetta costituzione europea, in cui è stato posto il problema delle radici culturali comuni, da quel momento non si è fatto alcun tentativo di costruire le condizioni per una cultura europea che non fosse fondata soltanto sulle convenienze economiche; anche il Mediterraneo è scomparso dall’orizzonte politico, se non come confine invalicabile per i migranti, e il rapporto fra l’Europa e i paesi della primavera araba è solo la prova di un persistere di egoismi nazionali e di pretese di dominio economico. L’Europa della troika e della commissione, appare come un’istituzione lontana e priva di legittimazione che, in virtù di poteri non dichiarati pubblicamente, decide sulla vita degli Stati costretti a chiedere aiuto per non fallire. 



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