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SINISTRA A PEZZI/ Barcellona: perché i giovani hanno rinunciato alla rivoluzione?

Il moderno Principe non è una miscela di forza e di astuzia, ma l’espressione di un gruppo che porta in campo un’intelligenza collettiva. Ma questa non c’è più. PIETRO BARCELLONA

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Ogni volta che dalle radure primaverili si leva il vento che annuncia la nuova stagione, un improvviso temporale ci riporta alla crudezza della realtà: il tempo forse non è maturo…

Certo che stanca sentir ripetere ad ogni passo che il problema più urgente per la cultura europea è quello di costruire un nuovo contenitore per la sinistra che ne raccolga ormai le reminiscenze e ne trasformi gli ardori in un progetto: devo confessare che non riesco a capire cosa significhi ricostruire un contenitore di sinistra o una base di sinistra o un partito europeo di sinistra e così via. Credo che il problema, in generale, vada posto in un altro modo. 

Ogni popolo, gruppo, collettività grande o piccola, produce i suoi individui guida, più o meno autentici o falsi, ma distinguibili in base ad un criterio molto semplice: da una parte ci sono i mediocri “piccoli io”, come li definiva Wilhelm Reich, che vivono di vessazioni e godono della sofferenza altrui; dall’altro i grandi individui, capaci di allargare l’orizzonte della comunità. Il grande non è né populista né carismatico; è fermo, austero nei principi e soprattutto convinto che tutto ciò che si valorizza attorno a sé contribuisca a dargli valore: non c’è conflitto di valore fra la propri idea di sé e la presenza di altri valorosi intorno. Questa è la mia idea di egemonia: un gruppo di individui di valore capace di offrire una proposta alla società, per governarla insieme a chi ne condivide gli obiettivi. Antonio Gramsci sottolineava l’importanza del rapporto tra il grande individuo e il gruppo, distinguendo tra chi invigliacchisce il gruppo e lo rende ostile, e il coraggio propositivo di chi sente la necessità di rischiare oltre le miserie del quotidiano.

Il moderno Principe non è, come è stato confusamente affermato, una miscela di forza e di astuzia, ma l’espressione di un gruppo che porta in campo un’intelligenza collettiva capace di orientare le alternative possibili e restituire libertà autentica ai cittadini governati. I grandi partiti della storia del nostro Paese, ma anche i partiti europei, sono stati luoghi di egemonia collettiva, proprio per questo non hanno avuto leader carismatici, ma gruppi dirigenti attenti a mediare tra la realtà dura e il sogno di un mondo migliore.

Dopo la guerra, l’orizzonte della ricostruzione è stata una proposta egemonica, perché ha chiamato tutti gli italiani, senza eccezione di partito, a lavorare per ridare le città al popolo. La Francia dopo l’Algeria era un progetto egemonico, l’idea di una nuova patria continentale e l’abbandono di ogni pretesa coloniale nei confronti dei paesi africani. La riunificazione tedesca è stata un grande progetto egemonico, in cui un popolo era capace di esprimere l’ambizione a riunificare i propri territori e le proprie memorie. De Gaulle, De Gasperi, Togliatti, Adenauer, Schröder, Mitterand, sono paradigma dell’individuo di grande statura, che proprio per questo lavora in un telaio di gruppo.