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RAGIONE & FEDE/ Cari atei, cercate la coscienza nei neuroni ma l’"io" non perdona

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

A parte le battute, è ancora più interessante analizzare la posizione scientifica relativamente alla libertà, non diciamo di coscienza (già eliminata dal tavolo) ma di comportamento, alla volontà, al libero arbitrio.

Qualche anno fa sul New York Times, in seguito se ricordo bene ad una lettera alla Redazione, prese il via un dibattito tra scienziati cognitivi e filosofi sulla esistenza o meno del libero arbitrio, e dopo qualche settimana di pareri a favore e confutazioni, la maggioranza sentenziò che, sempre ragionando “all'interno” dell'universo che gli scienziati conoscono e studiano, la volontà non esiste: anche in questo caso si può concludere con una battuta: le particelle “volitoni” non fanno parte del modello.

In effetti questa posizione razionale è ancora più facilmente comprensibile della precedente, anche senza entrare in competenze scientifiche sofisticate: se ogni nostro pensiero è rappresentato esclusivamente da campi e particelle, cioè se noi non siamo altro che Sistemi (molto) Complessi, non c'è spazio per alcun atto che non sia o casuale (sempre che esista il caso) o determinato “meccanica-mente”.

Un ovvio corollario di questa realizzazione è che non esistendo la possibilità di scansare sia il Caso sia la Necessità, nessuno può essere ritenuto responsabile di alcunché. Sarebbe come rimproverare la nostra automobile se in un mattino di inverno “si rifiuta” di mettersi in moto.

Tornando al nostro messaggio Uaar, dobbiamo concludere razionalmente che non solo questi 10 milioni di connazionali sono soddisfatti di avere un Io in realtà inesistente, ma che la loro convinzione di scegliere di non credere in Dio in realtà è totalmente condizionata dalle leggi chimico-fisiche. Ma anche tutti noi siamo nella stessa barca governata dalla Scienza, illusi di esistere come coscienza e di avere volontà: c’è però una via di uscita dal nichilismo di questa convinzione.

Per nostra fortuna Goedel, quasi un secolo fa, ha dimostrato, in parole povere, che attribuire tutte e solo le verità ad un rigoroso discorso scientifico è errato. Costruire modelli conoscitivi e comportamentali sulla base di assiomi e teoremi razionalmente e robustamente correlati non esaurisce le possibilità di interpretare correttamente il mondo. Abbastanza curiosamente questa pietra miliare relativa alla scienza e alla conoscenza è poco conosciuta, e la gran parte delle persone continua a ritenere che il discorso scientifico releghi automaticamente e esaurientemente nel regno delle “panzane” qualsiasi altro tipo di ragionamento.

E’ ovvio che se da un lato la scienza non può pretendere di esaurire la ricerca della verità, dall’altro è fin troppo facile che un discorso a-scientifico parta per la tangente delle farneticazioni. La ricerca relativa ad argomenti che vengono comunemente chiamati “spirituali” per contrapposizione a quelli (cosiddetti) scientifici, richiede infatti una metodologia seria, condivisa, lunga, potremmo dire millenaria.



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