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RAGIONE & FEDE/ Cari atei, cercate la coscienza nei neuroni ma l’"io" non perdona

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Il concetto di Dio di noi cristiani, trascendente, fuori dall’universo e quindi non soggetto alle relative leggi, che mette in ciascuno di noi, nel momento in cui iniziamo la nostra avventura materiale, una scintilla di trascendenza (coscienza, anima), ci fornisce una comprensione dei limiti “universali” della ragione, ci fa intravvedere questa razionale complessità “dall'esterno”.

Ci consente da un lato una entusiastica ricerca di tutto ciò che è razionalmente e fruttuosamente modellabile, e dall'altro una chiave di interpretazione dei “messaggi” di diversa natura, che definiamo spirituali, che questa scintilla ci manda continuamente.

Non è un caso che il metodo scientifico sia fiorito nella cultura cristiana, sulla base del convincimento che fuori di noi esiste un universo governato da leggi, e dentro di noi una capacità di continuare ad essere sempre “un po' più in là” dei modelli razionali che ci consentono di comprendere queste leggi.

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