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VON BALTHASAR/ La chiamata di Dio? Un meraviglioso "sequestro di persona"…

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Hans Urs von Balthasar (Immagine d'archivio)  Hans Urs von Balthasar (Immagine d'archivio)

Papa Benedetto, legato a lui da «sincera amicizia», come egli stesso ebbe a testimoniare, lo ricordava «come un uomo di fede, un sacerdote che nell'obbedienza e nel nascondimento non ha mai ricercato l'affermazione personale, ma in pieno spirito ignaziano ha sempre desiderato la maggior gloria di Dio» (Messaggio del 6 ottobre 2005). È in virtù di questo legame amicale operativo, nella collaborazione a imprese comuni come la rivista internazionale “Communio”, che il beato Giovanni Paolo II incaricò l’allora cardinal Ratzinger di presiedere alle esequie di von Balthasar il primo luglio del 1988 nella Cattedrale di Lucerna. Ed è sufficiente leggere il testo dell’omelia funebre, per intendere la qualità della conoscenza reciproca e del legame che li univa. Entrambi splendono nel firmamento del Novecento cattolico come due stelle di prima grandezza, nella diversità delle sensibilità intellettuali e delle vocazioni ecclesiali.

Nella conferenza pubblica tenuta dal p. Balthasar, poche settimane prima della sua morte, a Madrid (10 maggio 1988) egli riassume in cinque pagine (in a nutschell com’egli stesso afferma) la sua opera e presenta il mistero dell’Incarnazione e quello della SS. Trinità come i due contenuti della Rivelazione irriducibili ad una ragione che intenda rimanere nei limiti di se stessa. In questa stessa occasione egli preconizza una specie di fine del pensiero filosofico, in quanto naturalmente aperto al Mistero, proprio a partire dal rifiuto previo del Mistero stesso. Dall’altra sponda già Friedrich Nietzsche aveva messo in guardia dal fatto che la conoscenza e la verità erano le ultime trappole tese dal cristianesimo ed aveva conseguentemente richiamato alla necessità di sorpassarle qualora si fosse voluto sorpassare, cioè far fuori il cristianesimo stesso.

Se, a venticinque anni dalla morte di Hans Urs von Balthasar, ci interroghiamo oggi sulla vitalità e sul futuro della sua opera, non possiamo non tornare a riprendere l’interrogativo che egli stesso si pose nella premessa del suo ultimo libro (Epilogo, Milano 1994). In ordine compositivo si tratta dell’ultima pagina del libro. L’introduzione infatti si scrive sempre per ultima. «Se da queste ultime mie parole scritte si possa trarre qualcosa di utile alla moderna didattica e catechetica per l’umanità che oggi incontriamo, ho molti dubbi. Bisogna prendere l’uomo là dove sta, si va dicendo. “In America un ragazzo di sedici anni ha passato in media quindicimila ore, dunque quasi due anni interi, davanti alla televisione». … Un missionario della giungla ha un compito relativamente facile: si trova davanti un’anima naturaliter christiana, per quanto primitiva. (…) Ma qual è l’aggancio con un’anima technica vacua? Io non lo so. … Questo volumetto [epilogo dell’intera opera] non intende essere di più che una bottiglia gettata nell’acqua del mare, sarebbe un miracolo se toccasse terra da qualche parte e trovasse qualcuno. Ma queste cose a volte succedono» (96).

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