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ARTE/ Quei Cieli che "parlano" con la nostra terra

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Vittorio Tavernari (Immagine d'archivio)  Vittorio Tavernari (Immagine d'archivio)

Un analogo messaggio di speranza riveste i Cieli, senza dubbio i veri capolavori dell’arte di Tavernari. Queste opere, che riproducono la volta celeste con intenti metaforici, sono gli eredi più diretti dei Calvari, poiché, oltre alla coraggiosa vocazione alla frontalità, ne riprendono i temi portanti.

Se Guido Piovene (1970) interpreta i Cieli soltanto come un disperato canto di dolore, Marco Valsecchi (1970) riconosce in essi anche e soprattutto una risposta alla sofferenza umana: «Rappresentano inoltre un luogo in cui esistere senza la pena del travaglio o dove, da esso, si intravveda un termine, una conclusione. Dovrà pur esserci da qualche parte un esito a tanto patire, che non sia soltanto la morte. Tavernari, che ha toccato i fremiti più reconditi e visto le ferite più dolorose, offre ancora un orizzonte allo strazio della carne. Tavernari [...] ha lasciato un segno non perituro, perché generato da una fraterna ansietà che è solo dei veri artisti, compagni e mai nemici delle creature».

Nei Cieli Tavernari riesce a racchiudere non solo le inquietudini del proprio tempo, ma anche un invito a tenere viva la speranza. Infatti tra le nuvole minacciose e le coltri di nebbia incastra meravigliosi e indimenticabili sprazzi di luce. E non è tutto, perché il messaggio di speranza coinvolge anche le crocifissioni e le figure di innamorati inserite in molti Cieli.

Tavernari ai dolorosi tormenti pronti a sommergere l’uomo sembra contrapporre un’unica, ma decisiva, soluzione: l’amore. Nel sacrificio di Cristo e nell’abbraccio intenso di due innamorati riesce a trovare una luce intensa, incoraggiante, più forte di qualunque ombra.



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