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ARTE/ Sironi, un fascista che ha "cercato" l'infinito in città

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Mario Sironi, Paesaggio urbano (1920-21) (Immagine d'archivio)  Mario Sironi, Paesaggio urbano (1920-21) (Immagine d'archivio)

Eppure nelle sue opere più alte non manca mai quel senso di grandezza che suggerisce anche a noi di non abbatterci di fronte alle prove della vita. Non so voi, ma a me non è mai capitato di non sentirmi depressa di fronte a certe visioni della vita tutte rose e fiori che per reazione mi fanno pensare al titolo di un saggio americano, Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli? E invece non mi è mai capitato di avvicinare un capolavoro di Sironi, che certamente non indora la pillola, senza attingerne un senso vivificante di energia. 

Ma vediamo le sue opere più da vicino. Sironi è stato, con De Chirico, il maggior pittore di architetture del Novecento. Per lui, anzi, la pittura coincide con l’architettura: non perché rappresenta degli edifici, ma perché edifica delle forme.

L’esito più alto e insieme l’emblema di questa sua concezione sono i paesaggi urbani, che nascono nel 1919, nel periodo in cui l’artista si stabilisce definitivamente a Milano. Le sue Periferie sono appunto architetture compatte, potenti, simbolo di una radicale volontà costruttiva, di una ritrovata capacità di dipingere forme compiute dopo le scomposizioni e le frammentazioni delle avanguardie. Per questo sono prive di quegli elementi leggeri, irregolari, volatili (nuvole, foglie, fiori, erbe, acque) che avevano contraddistinto le città dipinte dagli impressionisti, come pure di quegli elementi dinamici, di quel movimento che dissolveva figure e cose, che avevano contrassegnato le città dipinte dai futuristi.

Occorre però non equivocare sull’asprezza della pittura sironiana. L’uomo non compare, nelle sue città, non soltanto e non tanto perché Sironi vuole esprimere la solitudine della città contemporanea (l’uomo era solo già ai tempi di Adamo), ma perché ha in mente un orizzonte più vasto dell’io. “Anche se noi non fossimo l’universo sarebbe eterno, la materia sarebbe eterna. E questo eterno è Dio” scriverà anni dopo. Per questo le sue case di periferia hanno la nobiltà delle cattedrali.

In questo senso può esserci d’aiuto una pagina del 1920 di Margherita Sarfatti, che delle Periferie sironiane è stata la più precoce esegeta. Vale la pena di analizzare le sue parole, perché la sua lettura non nasce solo dal suo intuito critico, ma anche da una conoscenza diretta dell’artista, dalle discussioni fra pittori e intellettuali che si accendevano nel suo salotto. Ed è una lettura in cui Sironi si riconosceva, vista la continuità e l’intensità del sodalizio che stringe con la scrittrice. Sironi, osserva dunque la Sarfatti, “da questo squallore meccanico della città odierna ha saputo trarre… una bellezza e una grandiosità nuove”. E conclude: “È lui l’artista che ci insegna a scorgere, nelle tetre periferie urbane, il senso sospirato dal poeta: luxe, ordre et beauté”.


Mario Sironi, Scritti inediti (1927-1931). A cura di Elena Pontiggia, Abscondita, Milano 2013



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