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ARTE/ Sironi, un fascista che ha "cercato" l'infinito in città

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Mario Sironi, Paesaggio urbano (1920-21) (Immagine d'archivio)  Mario Sironi, Paesaggio urbano (1920-21) (Immagine d'archivio)

Con questo libro di inediti uscito per i tipi di Abscondita, sono ormai trentun anni (una vita!) che mi occupo di Sironi. Da quando, nel 1982, ho scritto della sua opera monumentale per il Palazzo di Giustizia di Milano, a oggi in cui pubblico questa sua antologia di scritti dimenticati, non ha mai smesso di affascinarmi la sua arte drammatica e potente, che parla del dolore della vita, ma esprime anche un sentimento di grandiosità. 

È un sentimento che si può tradurre in una forma perfino di speranza. Ma sì, di speranza. E adesso cerco di spiegare perché.

È singolare che la nostra epoca veda nelle città sironiane solo desolazione, e coltivi invece il culto dell’impressionismo, giudicato un’arte gradevole, rasserenante o, come oggi si ama dire, solare. In realtà il mondo di acque e fiori dipinto da Monet e compagni vive la durata di un attimo fuggente: presuppone quella brevità, quella provvisorietà della bellezza su cui hanno pianto i lirici di tutti i tempi. Nei quadri di Sironi, invece, la durezza delle pietre, le case senza gerani alle finestre, le città senza giardini, senza alberi, senza il refrigerio di un fiume, esprimono un’idea di eternità. La loro drammaticità è compensata da una potenza costruttiva classica, capace di erigere monumenti più perenni del bronzo.

Nulla fugge, nulla è breve nella visione di Sironi. Tutto trasmette un sentimento di solennità, certo non accattivante come un campo di papaveri o un viale alberato (“L’arte non ha bisogno di riuscire simpatica, ma esige grandezza” diceva lui stesso), eppure animato da un’energia che non si esaurisce, da una vita non destinata a finire. E che cosa dà più speranza all’uomo (o, visto che la speranza è una virtù teologale ed è un dono di Dio), che cosa dà più forza all’uomo che pensare non all’attimo, ma all’eternità?

La vita non ha risparmiato a Sironi le esperienze drammatiche: prima la perdita del padre a tredici anni, le ricorrenti crisi di nervi, la guerra; poi, nell’immediato dopoguerra, quando aderisce al fascismo, la povertà: la moglie Matilde ricordava che quando aveva dipinto uno dei suoi Paesaggi urbani più belli, quel giorno avevano mangiato in tutta la giornata un uovo in due. E, ancora, le aspre polemiche sulla sua pittura; con la caduta del fascismo il crollo di tutti i suoi ideali politici, un’esecuzione sommaria evitata in extremis (dopo il 25 aprile sta per essere fucilato per la strada, a Milano, e si salva solo per l’intervento di Gianni Rodari, partigiano ma suo estimatore), le umiliazioni e l’emarginazione; infine la perdita della figlia Rossana, che si uccide a diciotto anni nel 1948.



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