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LETTURE/ La verità dietro un muro di parole: l'enigma F. Kafka

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Franz Kafka (InfoPhoto)  Franz Kafka (InfoPhoto)

Per dimostrare la propria tesi la Franzoi Del Dot esamina soprattutto due testi della trilogia romanzesca kafkiana: America e Il processo, analizzando però, sia pure in modo meno circostanziato, anche Il castello, nonché alcune significative prose brevi, fra le quali soprattutto La metamorfosi ossia la notissima storia del giovane trasformatosi all’improvviso in un insetto. Ciò su cui forse vale la pena soffermarci è come, puntualmente, sempre due siano gli ambiti privilegiati nel gioco delle carte letterarie di Kafka. Il primo è costituito dal romanziere, il secondo dal lettore. La partita è rappresentata dal testo e le “carte” ingannevoli dai personaggi e dalle loro vicende, che mettono in atto un’autentica trappola narrativo-cognitiva. Ma ecco il consiglio per uscire indenne da un tale tranello.

Il lettore dovrà modificare radicalmente il proprio atteggiamento riguardo al testo, immaginandosi quasi fosse a teatro: “spettatore che assiste a un dramma muto il cui significato sia affidato unicamente alla composizione delle scene e alla mimica dei personaggi”. E ciò per rendersi conto di come la scrittura kafkiana implichi un doppio registro, basato in parte su un processo narrativo apparentemente logico e coerente, in parte sul linguaggio dell’inconscio: che è poi quello utilizzato per velare/rivelare la verità celata dietro la finzione d’un discorso raziocinante – mi si conceda il gioco linguistico – solo a parole.

Niente come un’attenta analisi de Il processo permette di scoprire le carte truccate di Kafka. A una lettura superficiale, infatti, rimane frustrato chi cerca di individuare quale sia la trasgressione per la quale è indagato il protagonista o di decifrare i rituali incomprensibili del tribunale delle soffitte, dove si muovono eccentrici funzionari, magistrati e avvocati, tutti presi dai loro irragionevoli formalismi/barocchismi, cui prestano un’attenzione/soggezione estrema. Mentre si legge l’inedito processo kafkiano, pare di assistere a una farsa straniante. A una presa in giro dell’istituzione giudiziaria, a una irrisione del diritto, che qui non ha dimora. Ma la giustizia, esiste davvero nella realtà? - sembra suggerire lo scrittore -. È mai possibile praticarla? Così l’unica colpevolezza, comune un po’ a tutti i personaggi di questo romanzo esemplare, è quella del servilismo/perbenismo, è l’inautenticità o l’incapacità di liberarsi da ruoli e modi di porsi artefatti, manipolatori, stereotipati. Ma allora - al di là delle mosse e contromosse degne di una partita a scacchi giocata tra il protagonista e il surreale (ma non troppo) tribunale che lo accusa senza precisar di cosa – la vera colpa di Josef K. è giusto l’insincerità, in primis nei confronti di se stesso. O appunto il non riuscire a cogliere dove stia il male da cui è indispensabile egli si emendi per poter tornare libero di svolgere una vita autentica. Ma ciò non avverrà, perché K. si ostina a proclamarsi innocente non essendolo. Quindi finirà condannato e messo a morte. Fuor della metafora, verrebbe da dire: soccombe chi non s’accorge dell’autoinganno a cui troppo docilmente si consegna, rendendosi colpevole d’una esistenza ignava e schiava dei potenti, del tutto alienata e mendace.

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