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IL CASO/ 2. Bergoglio e Borges, un'amicizia che cerca il mistero delle cose

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Jorge Luis Borges (1899-1986) (Immagine d'archivio)  Jorge Luis Borges (1899-1986) (Immagine d'archivio)

C’è in lui la percezione di un mistero che fa le cose; persino quando lo nega, nella sua opera mantiene una relazione drammatica con questo mistero. Che si chiami Dio o Aleph è lo stesso. Considero l’aspetto religioso l’ultima spiaggia della ragione, e Borges, che è un uomo eminentemente ragionevole, intuì che l’ultimo lavoro di questa è percepire il mistero dell’universo. Questa sorta di religiosità in lui si unisce con quello che potremmo chiamare un punto di fuga: il riconoscere che nella percezione umana c’è qualcosa che sfugge a ogni schema, ma senza cui non si può giustificare l’esistenza delle cose, nemmeno la propria. Borges disse in un’audizione radiofonica: ‘Ho dubitato di Dio, ma non del suo volto’. Significa che non ha dubitato della carnalità di Dio. È come se avesse detto: ho dubitato di Dio, come si dubita di qualunque filosofia, ma mai del suo volto, della possibilità di toccare il suo viso, della sua materialità. Penso che gli piacesse Shakespeare perché è concreto: parla del mistero della vita, di Dio come di un atto concreto”.

Quando la giornalista gli ricordò l’incursione di Borges nella filosofia buddista, D’Angelo precisò: “Borges diceva che non era un filosofo, e aveva ragione, perché il filosofo ha un’idea sistematica dell’universo e questo non è il suo caso. I suoi racconti sono come variazioni su uno stesso tema: la ricerca, presente nei dialoghi con la sua tradizione, con la famiglia e i suoi antenati e con altri poeti, scrittori e pensatori che lesse e che hanno percepito la stessa cosa che sentiva lui. È uno dei pochi autori che unì Oriente e Occidente con l’idea, probabilmente utopica, di una religione dove tutte le religioni siano presenti. Si relaziona al buddismo nel suo tentativo umano di spiegare l’universo e la realtà”.

Alla domanda della Premat se Borges avesse trovato una risposta alla sua ricerca, l’italiano rispose: “Non posso dire che l’abbia trovata, ma che aveva un’intuizione. Da lettore, mi piace Borges, perché mi permette di continuare questa ricerca e perché la sua percezione della realtà è destabilizzante e per niente borghese. Dopo aver letto Borges, uno non può porsi di fronte alla realtà come se tutto fosse normale o scontato. Non mi piacciono gli scrittori che sembrano avere la realtà in tasca e la rivelano. In Borges c’è una ricerca, e sembra dire al lettore: vieni con me”.



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COMMENTI
05/06/2013 - Borges, il progressista. (Ruben Varisco)

Effettivamente, era un uomo religioso senza fede, come tantissimi argentini che vivono e son vissuti in quella bella terra, attaccati a morte al progressismo odierno e con una certa melancolia dei tempi sacri che furono solo nell'inconscio collettivo degli immigranti. Non fu un uomo speciale, perche mancante di fede. Ciò che ci fa speciali ai cospetti di Dio è che la fede è al di sopra della ragione, e la ragione lo capisce e lo accetta. A questa dignità della semplicità Borges non ci arrivava. Per questo dico che lui non fu speciale.