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LETTURE/ Perché l'uomo è più grande dei poteri che lo governano?

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La forza del potere nascente delle élites della civitas terrena produceva come effetto quello di alimentare un rapporto ambiguo di frizione e di contagio che, da una parte, puntava ad ampliare lo spazio della libertas della comunità religiosa; dall’altra teneva sotto controllo e controbilanciava l’espansione del monopolio rivendicato dalle istituzioni civili sotto le insegne della comune fede cristiana. Limitare il potere esercitato dagli uomini su altri uomini significava desacralizzare le pretese di onnipotenza di imperatore, re, principi e repubbliche investiti da Dio del compito di servire il bene generale dei popoli, non di farsene padroni. 

Nella tensione tra i due poli messi in competizione, quello delle autorità dell’ordine mondano e quello del potere sacerdotale posto a capo della comunione ecclesiale, si riapriva la possibilità di riequilibrare il cammino, incerto e tortuoso, verso l’emergere dei poteri dello Stato moderno. Si introduceva un divario ineliminabile tra l’espressione pratica dell’autorità e l’ordine ultimo della legge divina. Il potere era così frenato da una istanza normativa superiore e in un certo senso a lui esterna. La politica si sottoponeva al diritto e alla morale. L’integrità della persona e l’inviolabilità della sua coscienza potevano cominciare a essere avvertiti, almeno confusamente e non senza mille tradimenti, come un baluardo da opporre al virus degenerativo di una volontà di dominio che non risultasse più capace di raffreddare l’inclinazione a una assolutezza unilaterale. 

E d’altro canto la Chiesa stessa, confrontandosi con il potere mondano, scendendo sul terreno del conflitto diretto, era spinta a calarsi nelle logiche di una centralizzazione e di un consolidamento istituzionale che portavano a trasformarla, a sua volta, in una grande potenza auto-organizzata, inserita nella lotta con le altre potenze territoriali dello scacchiere internazionale: la separazione trascinava con sé la “mondanizzazione” o la “politicizzazione” dell’ordine ecclesiastico centrato su Roma, invertendo i rischi della chiusura nella sfera del puro “religioso”. È la strada che doveva portare al grande “decollo” di una civiltà – quale è la nostra attuale – erede dell’antica Roma pagana, fondata sullo ius disciplinato dalla ragione umana, e nello stesso tempo nutrita dalla Roma cristiana che fin dai suoi inizi aveva proclamato la distinzione tra Cesare e Dio e si riscopriva ora ostile alla confusione indebita tra i poteri delle «due spade».

Ha probabilmente del tutto ragione Paolo Prodi quando, riprendendo le tesi di Berman nelle sue ricerche sulla “costituzione” delle trame di fondo della società dell’Occidente cristiano, ne rimarca il rischio di aver enfatizzato in termini troppo risoluti la frattura provocata dalla «rivoluzione papale» di Gregorio VII e dei suoi continuatori. 



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