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LETTURE/ Perché l'uomo è più grande dei poteri che lo governano?

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Come si risottolinea nei saggi da poco riuniti nel volume Cristianesimo e potere (Il Mulino, 2012, specialmente cap. V), la svolta riformatrice dell’età “gregoriana”, più che come l’esplosione improvvisa di una reazione di difesa volta a instaurare un regime totalmente nuovo, va vista come una fase potente di accelerazione lungo un percorso già prima intrapreso e destinato a maturare del tutto solo molto più avanti nel tempo. 

Prodi insiste sull’idea che alla base sta il «dualismo cristiano» inoculato dalla Chiesa delle origini come risorsa creativa dentro il contesto del monismo dell’ordine politico antico, prigioniero dell’alone divinizzante delle religioni civili di un mondo non ancora “disincantato”. Questo principio scardinatore ha agito come un fermento sotterraneo che ha fecondato l’intera traiettoria storica dell’Occidente. Gli scontri degli ultimi secoli del Medioevo sono crepe da cui il magma delle energie accumulate ha potuto fuoriuscire, producendo effetti vistosi di cambiamento. Ma non tutto fu ripensato senza ritorno. Ci furono scarti, compromessi e formidabili ritirate in altre direzioni. Il senso fondamentale di una via da imboccare era comunque tracciato come lascito esigente per il domani.

Una conseguenza decisiva della novità che si profilò è messa in piena luce da Claudio Bernardi in un bel saggio confluito nella sua raccolta di studi Agenda aurea. Festa, teatro, evento (Fabrizio Serra, 2012, cap. 13: «Il corpo spezzato»). Non possiamo dilungarci, ma un semplice accenno qui può bastare. Il disegno della Chiesa medievale di rinserrarsi nei propri ranghi, la sua evoluzione in un ordine istituzionale sempre più organicamente compaginato, la nascita di un diritto canonico ambiziosamente inclusivo, l’uniformazione liturgica, la centralizzazione dei culti e delle credenze, tutto ciò favorì, o quanto meno coincise con la crescita della percezione dell’ecumenene cristiana come «corpo»: tante membra disperse, ma nella simbiosi di un interscambio vitale che le rendeva parti di un tutto coeso. Le funzioni e le specificità erano molteplici. Si poteva litigare e smarrire la rotta. Ma ci si concepiva sempre innestati nella grande universitas che ricomprendeva in sé la molteplicità facendola convergere nell’unità.

Bernardi, di nuovo sulla scia di Berman, richiama la coincidenza impressionante di questi sviluppi ideologici e insieme istituzionali con il trionfo tardomedievale della dottrina eucaristica. Il simbolismo spiritualizzante fu definitivamente battuto dal principio della transustanziazione. La fede nella presenza reale di Cristo nell’eucaristia sfociò nella scelta di fare dell’elevazione dell’ostia il vertice supremo del rituale della messa cattolica. I miracoli eucaristici si moltiplicarono. La festa del Corpus Domini fece il suo ingresso nel panorama della devozione collettiva e nel 1264 Urbano IV la estese all’intera comunione della Chiesa. La festa divenne presto il culmine della partecipazione popolare al rinnovamento di vita che il ciclo pasquale consegnava come promessa alle folle dei fedeli. Le confraternite del «santo corpo di Cristo» presero a diffondersi in ogni contrada della cristianità.



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