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LETTURE/ Perché l'uomo è più grande dei poteri che lo governano?

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L’uomo moderno è dotato di memoria ridotta: così poco umile come si ritrova, non ama piegarsi a riconoscere le radici lontane e le premesse più remote degli sviluppi che hanno plasmato la realtà del nostro mondo. Non è immediato né facile percepire di essere gli ultimi anelli di una catena che ci fa risalire vertiginosamente all’indietro nel tempo, innestandoci nel flusso di una tradizione di civiltà che scavalca i secoli.

Eppure, chi ha anche solo un minimo di familiarità con la storia e non è stato nauseato da come spesso la si insegna a scuola sa bene, in teoria, che un legame di continuità con il passato da cui abbiamo preso origine sostiene il divenire incessante di cui siamo stati protagonisti. In particolare, non possiamo dimenticare che l’identità dell’Occidente lanciato verso la conquista degli spazi planetari è figlia delle svolte, delle innovazioni geniali e dei salti di qualità che si intensificarono con efficacia crescente a partire dai secoli centrali del Medioevo cristiano.

Da tempo, l’attenzione si è focalizzata sul potente risveglio di dinamismo religioso che si accese, tra XI e XII secolo, nella scia della lotta per le investiture e a favore della riforma della Chiesa, con il concorso determinante del papato romano, sollecitato a riaffermare il peso delle proprie prerogative e le libertà delle alte gerarchie ecclesiastiche, in dialettica con l’egemonia che i poteri delle autorità civili tendevano a esercitare nella cornice inglobante della società cristiana tradizionale. È questo il tema centrale della brillante monografia di Harold J. Berman, apparsa nel 1983 e impostasi come uno dei testi classici di riferimento negli studi storico-giuridici dell’ultimo trentennio: Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale (Il Mulino, 1998).

Da allora, secondo Berman, l’intreccio e la dipendenza reciproca dei due poteri, che certo non cessarono di dover interagire strettamente tra di loro, furono oltrepassati e ricompresi all’interno dell’impulso decisivo preso dalla concorrenza per la conquista di un primato nella strutturazione concreta della vita della cristianità. Davanti alla pressione accentuata degli ordinamenti politici secolari, che cominciavano a consolidarsi nei quadri di una statualità in via di formazione, organizzandosi nei primi nuclei delle potenze territoriali dell’Europa avviata verso la futura modernità, i poteri di governo della Chiesa furono chiamati a sviluppare tutte le implicazioni del loro bisogno di costituirsi, specularmente, come i fulcri di un ordinamento autogestito, tutelato e tenuto in connessione da un suo diritto organico, che ne definiva la missione, la disciplina etica e le regole interne di funzionamento. 



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