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BEATO PUGLISI/ Il postulatore della causa: con l'educazione toglieva i bambini a Cosa nostra

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Don Pino Puglisi (InfoPhoto)  Don Pino Puglisi (InfoPhoto)

Uccidendo Puglisi si volle colpire non solo l’uomo, ma anche la fede di cui il suo ministero pastorale era intriso. E fu proprio questo a costargli la vita: essere un uomo libero, armato della sola forza della fede. Emblematico, al riguardo, un colloquio tra Leoluca Bagarella e l’ex mafioso Tullio Cannella, cristallizzato nelle sentenze ormai passate in giudicato: Puglisi doveva morire perché predicando “tutta la giornata” - dovunque, non solo in parrocchia - sottraeva i bambini alla malavita. E questo i capibastone non potevano tollerarlo, essendo un danno per Cosa nostra. Insomma, Puglisi viene giustiziato per l’odio che i mafiosi nutrono verso la sua fede e verso il suo servizio sacerdotale. È uomo di fede, che con la fede contrasta e mette in ridicolo il dio-potere degli uomini di mafia. Rispetto al sacrificio di giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e altri rappresentanti delle forze dell’ordine caduti in Sicilia, veri eroi civili, il martirio di don Puglisi porta con sé un messaggio specifico per i cristiani: una lezione di fede da additare a tutta la comunità negli anni a venire.

 

Quali vie ha indicato don Puglisi per liberare la gente del Sud dai tentacoli della criminalità organizzata?
Non è la lotta contro la mafia la parola profetica del beato, ma la sua pienezza sacerdotale, l’annuncio pieno e senza timori della salvezza del Vangelo, la proposta di un’educazione autentica al bene per accogliere il fratello e insieme lodare il Signore nella libertà dei figli di Dio: la sua testimonianza evangelica è la più forte lotta alla mafia. Già in precedenza non erano mancate le occasioni concrete in cui la Chiesa siciliana, e quella palermitana in particolare, guidata dal cardinale Pappalardo, aveva richiamato le coscienze di Sicilia al pentimento e al ritorno sulla via della vita. Ma la pubblicazione, nel 1991, del bellissimo e significativo documento Cei “Educare alla legalità”, e poi nel 1993 la visita in Sicilia di Papa Giovanni Paolo II e la morte di Puglisi segnano il cambio di rotta, il giro di boa: da quel momento, la denuncia civile diventa la regola, accompagnata anche da una più incisiva azione pastorale portata avanti da tutti e volta alla riaffermazione dei principi evangelici nella loro dimensione umana, morale e sociale. Con Puglisi la risposta non è più mutuata attraverso le sole categorie dell’impegno civile e sociale: ad esse vengono affiancate, con convinzione e determinazione, anche quelle ecclesiali. È la verità che squarcia il velo dell’ipocrisia: non esistono mafiosi buoni e mafiosi cattivi, ma una mafia nemica di Cristo e nemica dell’uomo, da combattere con la Parola, l’esempio, la testimonianza. Soprattutto, è il segno di una nuova coscienza civile: nulla poteva essere più come prima, e nulla lo è stato, nella considerazione del fenomeno mafioso.

 

L’amore di don Pino per i propri fedeli, soprattutto quelli deboli, quanto ha inciso nella lotta contro le organizzazioni mafiose e il male diffuso rispetto a marce e convegni?



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