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IL CASO/ Erdem Kunduz, quando "basta" stare in piedi per disobbedire al potere

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Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

E in un silenzio di tomba, alla fine il soldato di scorta diede l’ordine: «In piedi!»: il detenuto inerme aveva vinto. La poetessa conclude dicendo che nella sua prigionia ha conosciuto infiniti detenuti, ha fatto infinite marce e subìto infinite umiliazioni, ma quell’uomo, di cui non sa neanche il nome, le è rimasto impresso per sempre come «l’uomo in piedi». A cosa è servito questo infinitesimale gesto di resistenza, e tanti altri infinitesimali gesti di cui non è rimasta traccia? Possiamo rispondere con le parole di un’altra donna russa, Nadezda Mandel’stam, vedova di un poeta morto in lager: «Che cosa ci ha dato questa maledetta epoca di terrore ferino? …intanto questo, che nonostante tutto sono esistiti degli uomini che sono rimasti uomini». Proprio grazie a questi uomini, e alla loro capacità di non farsi puri vasi d’odio e di vendetta, un settantennale esperimento sociale costato fiumi di sangue è tramontato senza violenza.

Anche in Turchia, a quanto pare, l’uomo in piedi ha offerto un’alternativa agli scontri di piazza che si stavano diffondendo pericolosamente; ha mostrato una dimensione della persona e del cittadino che contraddice la logica dell’odio e della violenza reattiva. E non è cosa di tutti i giorni che queste escalation si fermino. Perché una nazione cambi, diceva il dissidente ceco Vaclav Havel, «il punto di partenza è il cambiamento dell’uomo». La sua è la voce dell’esperienza storica, che oggi, inaspettatamente, si conferma.



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