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RILKE/ Chi può salvare tutta la bellezza del mondo?

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Lou Salomè (Immagine d'archivio)  Lou Salomè (Immagine d'archivio)

Ma scopre che così non è. L'uomo evapora come pietanza calda, e più che fuoco è brace che si consuma: "Poiché noi sentendo svaniamo; ah noi/ esaliamo fino ad estinguerci; un legno che di ardore/ in ardore dà sempre più tenue profumo". Già il respiro è un esalare. "Ahimè", lamenta il poeta "eppure questo lo siamo". 

L'uomo è precisamente questo, questo dileguarsi, questo prendere congedo, e nulla sembra serbare traccia di lui. Come può allora l'uomo, si chiede Rilke, esistere, essere, come sono gli alberi, essere nel senso pieno della parola, ossia durare? "Vedi" lamenta il poeta nella seconda elegia "gli alberi sono: le case/che noi abitiamo sussistono ancora. Noi soli/ come aria che si rinnova trascorriamo su tutte le cose/ E tutto in accordo ci tace, metà per/ vergogna forse e metà per speranza indicibile". L'uomo, che ancora partecipa del visibile, ancora ama, ancora trasforma ed è ancora legato alla terra, reca però in sé anche una "speranza indicibile". Perché "sembra che abbia bisogno /di noi tutto quello che è qui, l'effimero che stranamente ci riguarda. Di noi, i più effimeri. Una volta/ ogni cosa, soltanto una volta, soltanto Una volta e non più. E anche noi/ una volta. Mai più. Ma questo/essere stati una volta" − che accomuna l'uomo al suo mondo − "seppur solo una volta,/ essere stati terreni, non pare sia revocabile": "Esser qui è molto". 

Perché? Perché le cose, dice Rilke, hanno bisogno di noi e del nostro sentire, e rivolgono a noi − i più effimeri − un appello: quello di redimerle, di salvarle dalla scomparsa, custodendole, comprendendole e nominandole così, come esse stesse mai compresero di essere: "Siamo qui forse per dire: casa,/ ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra,/− al più: colonna, torre… ma per dire, comprendilo,/ per dire così come persino le cose intimamente/ mai credettero d'essere", leggiamo infatti nella nona elegia. Un compito cui solo l'uomo può attendere, nell'unione di cuore e linguaggio: "Qui del dicibile è il tempo, qui la sua patria./ Parla ed ammetti. Più che mai/ vengono meno le cose, quelle da vivere, perché/ quel che le sostituisce e rimuove è un fare senza immagine./(…) Tra i magli resiste/ il nostro cuore, come la lingua/ tra i denti, che tuttavia/ rimane colei che magnifica".

Quel che solo l'uomo può fare è dunque dire, cantare, mostrare all'angelo l'innocenza e la magnificenza dell'esistenza, delle cose, dell'essere qui, una volta sola, una volta soltanto. "Essere qui è magnifico" aveva detto il poeta già nella settima elegia. "Loda all'angelo il mondo, non l'indicibile (…) Mostragli/ allora il semplice, di generazione in generazione formato/ che come nostro vive, presso la mano e nello sguardo./ Digli le cose. Sosterà più stupito", afferma il poeta  nella nona elegia. 



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