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LETTURE/ La nostra libertà "malata" di uomini senza padri

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

C'è una domanda che l'odierno relativismo della scelta non riesce a eliminare dal cuore dell'uomo e che riecheggia anche nella scena finale del film Blood (attualmente nelle sale), mentre il protagonista si allontana sotto un cielo plumbeo in riva al mare di Scozia e si ricorda che, quand'era piccolo, suo padre gli diceva di allacciare bene il cappotto, se non voleva farsi portare via dal vento. Eppure adesso lui, ormai adulto, il cappotto non se lo allaccia, proprio per lasciarsi inondare da quel vento e l'anziano padre ancora vivo resta «solo un uomo» che, un tempo, diceva quelle cose per mettergli paura e che, adesso, si è appena addossato la colpa dell'uccisione di un sospettato di omicidio che invece spettava a lui. 

E tuttavia, l'umanità di quel padre lascia trasparire qualcosa che va oltre l'umano, perché poche scene prima egli era sorridente di fronte alle lacrime del figlio che avrebbe voluto impedirgli di addossarsi la responsabilità di quel delitto: il padre, ex capo di polizia in pensione, sapeva che esso era stato compiuto dal figlio poliziotto in nome della sua guerra disperata contro l'ingiustizia, ma sapeva anche che, a un certo punto, il figlio aveva intuito che solo un perdono poteva sconfiggere la viltà e l'inganno di se stesso. Quel cappotto allora può essere lasciato aperto non nonostante, ma proprio perché c'è quel padre ed è la sua umanità a consentire che il figlio possa andarsene libero incontro al vento.

La libertà di cui è dotato l'uomo non può infatti consistere soltanto (sartrianamente) nella possibilità di scegliere cosa fare, in quanto la stessa capacità di scelta si attiva nella forma della sequela o del rifiuto di un bene che, in svariati modi, qualcuno propone ad essa come meritevole di essere perseguito: ecco perché oggi la domanda lasciata senza risposta, ma, proprio per questo, sempre più bruciante riguarda chi o che cosa è in grado di attivare la capacità di scelta dell'uomo (liberandolo dall'illusione relativistica che sia egli stesso l'unica fonte della propria libertà) e questo è anche il motivo per cui risulta ancora fondamentale che Claudio Risé (psicoterapeuta e docente di Psicologia dell'educazione nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Milano Bicocca) nel suo ultimo libro, riproponga all'attenzione del grande pubblico il tema del padre: Il padre. Libertà dono. La guarigione psicologica oggi, Ares, Milano 2013.



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