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LETTURE/ "Tutto il cielo possibile": quando scoprirsi amati cambia davvero la vita

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Qui si gioca la grande partita innanzitutto con se stessi. Lorenzo una volta ha picchiato un suo compagno e un suo professore, perché si era sentito dire «che la vita di un handicappato fa schifo e che non merita neanche di essere vissuta». Ma la sua rabbia non era nata da una presa di posizione pro-life, a difesa del fratello: «“Sai perché mi ha fatto così incazzare?” mi chiede. Intorno a noi c'è quasi silenzio: “Perché una parte di me la pensava come il mio amico”»

Non c'è altra cura, contro questa parte di sé che riduce tutto nel perimetro dei propri punti di vista, che scoprirsi amati. Ne è prova la leggerezza con cui si può guardare la propria storia, senza bisogno di cancellare qualcosa che non va o di cambiare quello che è stato, di sognare impossibili reversibilità o di darsi, ogni tanto, a un rispettoso ma noioso amarcord. Qui il passato, così come è stato, è interessante quanto il presente: non c'è da maledirlo, perché non sono i propri progetti a doversi compiere, e allora non c'è nulla da aggiustare o da incanalare. Esso porta la verità, ma è un abbaglio che chiede tenacia, e che si regge solo dentro un amore. 

Vale per Adele, per suo padre, per Lorenzo, per chi legge il romanzo. Con una condizione, però, grossa come un macigno, e che ci interroga fino al retrocopertina, perché magari un amore l'abbiamo anche incontrato, ma ce lo teniamo ben incasellato nel nostro puzzle. Succede pure, magari casualmente, di incontrare qualcuno che ci ami davvero, ma il problema comincia lì, se alla sua potenzialità rivoluzionaria cediamo oppure ce ne difendiamo: «Cosa credi? Che lasciarsi voler bene sia sempre facile?».

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Luigi Ballerini, Benedetta Bonfiglioli, "Tutto il cielo possibile", Piemme, 2013

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