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LETTURE/ Eratostene, Tolomeo e l'America "dimenticata"

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Seconda questione. Poco dopo il grande Eratostene, verso la metà del II a.C. e nel giro di appena due anni, la cultura del Mediterraneo subisce un doppio scacco letale. Nel 146 Roma distrugge Cartagine. Nel 145 ad Alessandria, centro scientifico del mondo ellenizzato, Tolemeo VIII annienta la classe dirigente e culturale: uccide il legittimo erede (suo nipote), opera un radicale spoils system. È la cosiddetta secessio doctorum: tutti i maggiori studiosi abbandonano l'Egitto. La celeberrima Biblioteca, retta fino ad allora dai più alti intellettuali del tempo, viene affidata a un oscuro militare. I due vulnera vanno letti insieme: la cultura greca e quella fenicio-cartaginese arretrano o scompaiono. L'asse del mondo si inverte: la nuova potenza è Roma. Certo, il suo atteggiamento verso gli sconfitti è diverso: di Cartagine distrugge tutto, della Grecia salva e recupera molto. Ma la scienza – che parlava greco e fenicio – ne esce a pezzi. «Il più grave capo d'accusa» che si può levare contro Roma – scrisse uno dei massimi filologi del passato – «è che nella sua generale negazione dell'Ellenismo non pensò di recuperare la scienza»: «per la scienza pura, per il desiderio di conoscere per conoscere, i pratici romani non avevano alcuna comprensione».

Il mondo conobbe così un collasso culturale gravissimo: e la convalescenza durò secoli. In particolare per le conoscenze geografiche e le tecniche di navigazione (dove appunto eccellevano greci e fenici) l'arretramento fu drastico. Geografi di epoca romana e poi imperiale – osserva Russo – non intendono le fonti ellenistiche. Di quelle cartaginesi non ne salvano nemmeno una. Con le conoscenze spariscono le competenze: fenici e greci sapevano navigare di bolina (nel Medioevo non più); le dimensioni delle loro navi saranno equiparate soltanto in epoca napoleonica. La Terra si rimpicciolisce, le rotte per l'Atlantico si perdono, la geografia smette d'essere matematica e si fa politica: serve a garantire ai nuovi padroni che il mondo è più piccolo e non ha terre ignote, perché essi si confortino nel saperlo tutto in mano loro. Né al cristianesimo farà piacere che la Terra, sferica e divisa dai mari, abbia genti non nate da Adamo.

È un quadro urtante? Molti lettori scuoteranno il capo? Certo, la "dimenticanza planetaria" che bisogna supporre non sarebbe stata solo radicale, ma anche assai rapida (troppo?). Certo, l'idea che l'autore ha di Strabone, di Plinio o degli altri geografi di epoca post-ellenistica è a dir poco squalificante (per vero di Strabone nemmeno Wilamowitz l'aveva lusinghiera), e degli «errori» di Tolomeo gli storici della geografia antica addurranno certamente altre ragioni. 



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