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LETTURE/ Perché Dante ha messo in Paradiso l'eretico Gioacchino da Fiore?

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Analoga la situazione della seconda corona, il cui portavoce è Bonaventura da Bagnoregio, teologo sensibile alla dinamica della storia, al progredire delle epoche; accanto a lui sta appunto Gioacchino da Fiore, che aveva spinto la sensibilità per lo sviluppo storico fino a esiti eversivi, giungendo a teorizzare una veniente età dello Spirito, superiore a quella veterotestamentaria del Padre e anche a quella neotestamentaria del Figlio. I seguaci francescani di Gioacchino erano stati avversati con durezza da Bonaventura, eppure nell'alto dei cieli lo stesso Bonaventura non sdegna di accompagnarsi all'abate calabrese, la verità è sinfonica, ne avrà colto anche lui una nota, mettendo a fuoco una faccia del prisma dagli altri ignorata. "E lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato".

Riportato al contesto, il fatidico riconoscimento assume il suo reale valore: come Dante non si sta identificando con Sigieri di Brabante, così non intende nemmeno fiancheggiare le dottrine gioachimite. Nell'autore della Commedia possiamo anche sospettare qualche interno attrito, ma non una clamorosa schizofrenia; farne un supporter dell'aristotelismo radicale e al tempo stesso un banditore della tertia aetas è semplicemente impossibile, anche a voler dimenticare che nel XIII secolo i seguaci di Gioacchino reputavano gli aristotelici alla Sigieri come emissari, sic et simpliciter, di Satana. Con questo, il problema non è risolto: resta da chiarire cosa Dante abbia creduto apprezzabile nel "profeta" dell'età nuova. Certo, non il preteso superamento dell'economia del Figlio, non la forzosa separazione della terza persona trinitaria dalla seconda (lo Spirito è Spirito di Cristo come volle sottolineare de Lubac); e nemmeno il sogno di un avvenire dove la verità fosse posseduta interiormente da tutti i credenti, con conseguente cessazione del magistero della Chiesa, ormai solo Ecclesia spiritualis, interamente volta a una vita contemplativa, in salmodie e giubilo.

È stato osservato, da H. Mottu, che il gioachismismo rappresenta la tentata rivincita del futuro sull'aldilà. Si potrebbe aggiungere che in gioco è anche un atteggiamento verso il presente, non più tempo favorevole, occasione propizia, ma teatro depresso e corrotto: di qui la scommessa sul risarcimento annidato in grembo all'avvenire. In fondo si tratta di un utopismo ante litteram, fermo restando che la novità futura, in Gioacchino, è frutto di un piano divino e non di un'umana costruzione. 

È a questo livello che, in certa misura, si registra una prossimità di Dante; in gioco, s'intende, è il Dante politico, in forte ansia per la situazione italiana e in definitiva dell'Europa nel suo insieme. Esiliato da Firenze insieme agli altri membri della fazione dei Bianchi, invisa a papa Bonifacio VIII e ai sovrani francesi di Parigi e di Napoli, Dante interpretava la vicenda della sua città in termini di perdita della libertas e di incardinamento entro l'egemonia degli Angiò, spalleggiati senza remore dalla Santa Sede; così, tutta la penisola gli appariva affetta da una conflittualità devastante, in cui una grande potenza fagocitava i comuni. 



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